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MARCO SIMONCELLI/ SuperSic parla dei suoi genitori: "Ci pensa la famiglia a tenermi caldo"

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Nel libro scritto da lui stesso e pubblicato nel 2009, "Diobò, che bello", pubblicato da Mondadori, Marco aveva parlato a lungo dei suoi genitori. Lo scomparso pilota ricorda le prime preoccupazioni della madre Rossella quando aveva cominciato a correre in motocicletta. Dice che all'inizio non era del tutto contenta, "come credo tutte le mamme". Poi dopo un sacco di inviti una volta si è convinta ad andare a vederlo correre e così ha cambiato idea: ha visto come era felice il figlio, aveva visto la sua passione, la sua gioia. Tutte cose che contavano di più del fatto che andasse forte ("era chiaro che fossi nato per quello, che fosse il mio mestiere" scrive Marco). Fu quella volta che finalmente si trovò d'accordo con il marito: "Ai ragazzini di dieci, dodici, quattordici anni non si possono togliere gli obiettivi, non si deve impedire di inseguire i propri sogni. Il che, credo, è anche un buon antidoto contro i molti rischi dell’adolescenza, della gioventù. Una specie di assicurazione contro i pericoli di questo mondo, come la droga" dice ancora. Quindi parla del padre, Paolo, che dice non lo ha mai forzato a correre in moto. I suoi genitori, spiega Marco, hanno caratteri opposti: il padre è focoso, e che poi rimane arrabbiato. La madre invece è pacata, riflessiva. Pensano le stesse cose ma le dicono in modi diversi e in questo modo si bilanciano perfettamente: "Uno accelera, l’altra tira il freno, quindi alla fine vanno alla giusta velocità". Per decidere una cosa, dice, devono essere d'accordo se no non si fa niente. Il padre prima di dedicarsi a tempo pieno alle gare del figlio, faceva il produttore di gelati che consegnava personalmente in giro nei bar.



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