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IL CASO/ 1. Se una bimba down sveglia dall’ipocrisia i "figli della tv"

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Giusto scandalizzarsi? No. Non è giusto. Smettiamola di fingere che quel che è imposto per legge corrisponda ai sentimenti comuni, sia mentalità di tutti, risulti ovvio. Ci sono quartieri a Napoli e Palermo dove le donne prendono a sassate i poliziotti, se osano arrestare quelli che per la giustizia sono criminali, per loro sono vittime o eroi. Siamo ingiusti, gretti, meschini, la generosità si esprime al più in qualche obolo saltuario, se proprio il lavavetri non si schioda o il barbone ti si pianta davanti fuori dalla chiesa. Siamo inebetiti dall’ossessione di una bellezza standard, instillata giorno dopo giorno dalla televisione. I bambini dovrebbero essere tutti uguali. Non è vero. Sono tutti speciali e unici. E molti hanno difficoltà, di vario tipo, che meriterebbero un’accoglienza e uno sguardo attento.

Meriterebbero una scuola che educa, dove anche gli insegnanti e le famiglie vengono poco a poco educati, con pazienza, con ironia, con leggerezza.  A capire che siamo dono gli uni agli altri, così come siamo, e che può capitare a tutti, per una ragione o per l’altra, di dover essere guardati con un occhio speciale, di aver bisogno di un di più. Una carità che non viene dalla legge, ma dal cuore. È il cuore che va suscitato. Nei ragazzi, certo, ma ne hanno meno bisogno. Gli adulti hanno scordato di averlo. L’unica cosa che ci consola, e non vorremmo che il troppo chiasso smentisse questo auspicio, è che Elisabetta non avrà capito o sofferto. Non perché meno sensibile o intelligente, anzi, al contrario: lei a scuola ci va volentieri, ogni sorriso le pare un regalo, ogni parola rivolta a lei apre un mondo. Non ci avrà fatto caso, o al massimo avrà pensato, che sbadati, si sono scordati di me, non importa...

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