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DELITTO DI PARMA/ Meluzzi: l’omicidio-suicidio? Così la “malinconia” può annebbiare la regione

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Immagine d'archivio  Immagine d'archivio

«Tale istinto è una pulsione che non si esclude neanche in un gulag o in un lager. Quando, tuttavia, l’istinto di vita viene sopraffatto da quello di morte, l’azione della ragione avviene secondariamente rispetto a questo stato emotivo.  Non è che la morte inflitta è la conseguenza di un rigido calcolo. Il rigido calcolo è la conseguenza di una rottura che è già avvenuta sul piano emotivo». Qualcuno si potrebbe chiedere se, in un regime in cui l’eutanasia fosse autorizzata, almeno una delle due morti non si sarebbe potuta evitare. «L’eutanasia corrisponde alla totale deresponsabilizzazione, sdrammatizzazione e reificazione di un mistero», replica Meluzzi. «Questa persona non ha compiuto un atto di eutanasia ma un omicidio-suicidio in condizioni mentali che, se avessero dovuto giudicarlo su un piano medico legale, sarebbe stato ritenuto non capace di intendere e di volere. O con una capacità di intendere e volere diminuita per il grande dolore che lo affliggeva».  C’è un’altra grande differenza: «l’omicidio-suicidio di Sala Baganza, di fronte al quale possiamo metterci in un atteggiamento di comprensione e di mistero, se compiuto dallo stato e dalla collettività andrebbe considerato come un orrore e nient’altro. Quest’uomo si è lasciato sommergere dall’angoscia di morte. Questo allo Stato e alla collettività non può capitare».  



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