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EUTANASIA/ Quella sentenza inglese che va contro le semplificazioni ideologiche

Il giudice inglese Jonathan Baker Il giudice inglese Jonathan Baker

La mentalità che sta prendendo piede è incredibilmente rozza dal punto di vista bioetico perché appiattisce e rende omogenee situazioni profondamente diverse fra loro: confonde l'eutanasia con la sospensione dell'accanimento terapeutico; introduce un criterio fragilissimo quale la volontà del malato che il più delle volte viene ipotizzata, ma che non ha nessun fondamento oggettivo riscontrabile.
Leggevo in questi giorni su Repubblica una lettera di alcuni familiari di un malato terminale di 98 anni.
La famiglia chiedeva la sospensione dell'alimentazione perché bisognava rispettarne la volontà: ma io mi chiedo, dove si possa riscontrare giuridicamente la volontà di un vecchio di 98 anni malato terminale? E' un mistero. E' chiaro che a quell'età e in quella condizione non c'è più volontà e capacità di discernere.

Dunque la famiglia che pretende di rappresentare la volontà del malato non è sufficiente.

Non solo, ma si gioca anche con il rispetto della professione medica. Un medico che diventerebbe un burocrate che prende le direttive dalla famiglia del malato e le applica come se non ci fosse una deontologia, una coscienza del medico il quale dovrebbe essere totalmente autonomo dalla volontà della famiglia e anche da quella del malato. Obbiettivo del medico è curare,  non eseguire la volontà del suo cliente.

Sembra che il confine su cui si determina quando è il caso di sospendere le cure si faccia sempre più sottile da parte di quanti sostengono il trattamento di fine vita.

Siamo in zone grigie di altissima complessità. L'imperativo categorico è di non cadere in una semplificazione ideologica e infantile. Chi cioè da una parte dice che la vita è sacra, dobbiamo garantire che il cuore batta fino a quando è possibile farlo battere. In questo caso cadiamo in accanimento terapeutico e in una psicologia infantile. Chi è favorevole all'accanimento terapeutico non capisce che bisogna rispettare il processo del morire quando è inevitabile e irreversibile.

E dall'altra parte?

Ci sono i fautori dell'autodeterminazione che dicono il criterio guida è la volontà del malato e se manca questa volontà c'è l'assicurazione della famiglia o del fiduciario che ha raccolto la volontà del malato ad assicurare la sua volontà di morire. Come se questo possa avere ragioni di giustizia.
Non usiamo tale pratica per il testamento patrimoniale, cioè quando uno muore senza testamento nessuno può fare testamento al posto suo, e vogliamo surrogare la mancanza di un testamento biologico con fiduciari o dei parenti.
Ci muoviamo tra queste due polarità estreme: sacralità della vita esasperata e anche infantile al limite della nevrosi e dall'altra uno spirito illuministico che esalta la autodeterminazione come se fosse la bacchetta magica.

Esiste una terza via, più ragionevole?

La vera via è questa: il medico deve badare al bene del paziente che significa nella stragrande maggioranza dei casi la sua sopravvivenza. Ma quando la vita è definitivamente compromessa e il processo del morire inarrestabile, il bene del paziente diventa non essere sottoposto ad accanimento stupido e molte volte doloroso. So di prendermi inimicizie da ambo le parti in causa, ma io non sto dando un criterio risolutivo di tipo meccanico.
Il criterio che suggerisco tra l'altro a mio avviso è abbastanza coerente con il disegno di legge di fine vita: il medico deve ascoltare la volontà del paziente e il testamento biologico, ma alla fine il medico per il bene del paziente deve prendersi le sue responsabilità e non tenere conto del testamento biologico o viceversa anche se la famiglia dice accanitevi.
Una via di mezzo difficilissima, ma che bisogna pazientemente portare all'attenzione dell'opinione pubblica. Il guaio è che la bioetica è caduta in mano alla politica e i politici utilizzano come un braccio di ferro di tipo parlamentare qualcosa che invece merita ben altri interessi.


(a cura di Paolo Vites)

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COMMENTI
05/10/2011 - Ancora... (Carla D'Agostino Ungaretti)

Voglio aggiungere: è meglio augurarsi di trovarsi sempre in pace con Dio e col prossimo e poi morire di un colpo...

 
05/10/2011 - Fine vita (Carla D'Agostino Ungaretti)

Poveri noi! Che fine faremo?

 
05/10/2011 - Il mio dubbio sull'eutanasia (claudia mazzola)

Vado a trovare un amico in carrozzina di 67 anni all'ospizio, domenica era nel letto, magro, debole, non mi riconosce. Il mio grido al cielo del perché di quelle condizioni, cosa è meglio: vivere o morire? Poi volgo gli occhi a lui, mi sorride in uno sguardo brillante. Lo accarezzo e tutto passa, anche la mia miseria.