BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

EUTANASIA/ Quella sentenza inglese che va contro le semplificazioni ideologiche

Pubblicazione:mercoledì 5 ottobre 2011 - Ultimo aggiornamento:giovedì 6 ottobre 2011, 13.11

Il giudice inglese Jonathan Baker Il giudice inglese Jonathan Baker

Per la prima volta un giudice dell'Alta Corte inglese esprime una sentenza relativa a un caso di richiesta di interruzione dell'alimentazione e delle cure relativo a un paziente in stato vegetativo. Il parere del giudice è che il paziente venga lasciato in vita e che anzi ci si prodighi per migliorarne ulteriormente le condizioni. E' il caso che ha visto coinvolto il giudice Jonathan Baker che di fronte alla richiesta dei familiari di una donna di 52 anni, colpita in seguito a una infezione da danni cerebrali sin dal 2003, ha disposto una indagine dalla quale ha tratto le motivazioni che, seppur assai flebili, la donna mostra segni vitali. Un caso destinato a far scalpore. "La sentenza è talmente ragionevole e condivisibile" commenta il Professor Francesco D'Agostino, docente di filosofia del diritto e Presidente dell'Unione giuristi cattolici a IlSussidiario.net "che c'è poco da commentare: gli stati vegetativi sono un enigma, è difficile prevedere come possano evolvere in alcuni casi. A volte, sono situazione rare ma ci sono, possono essere reversibili. E' comprensibile che di fronte a una richiesta di vera e propria eutanasia magari con la sospensione del' alimentazione il medico e in questo caso il giudice dicano che invece il dovere è il contrario, cioè alimentare e praticare tutte le possibili terapie che in altri casi hanno giovato ad altri malati nella stessa situazione".

Professore, un caso senza precedenti in Inghilterra, dove comunque l'eutanasia è illegale. Come mai allora tanto scalpore?

Nel Regno Unito è illegale l'eutanasia intenzionale ed attiva. In questo senso non meraviglia che un magistrato abbia detto che non si può uccidere un paziente neanche in situazioni così estreme. Questo dovrebbe chiudere il discorso se non fosse che da un po' di tempo arrivano notizie dall'Inghilterra secondo le quali pratiche di eutanasia analoghe a questo caso non vengono perseguite dai magistrati.
C'è da dire che in Inghilterra il Common Law non prevede, a differenza del diritto italiano, l'obbligo dell'azione penale. Essa è affidata alla discrezionalità del giudice di ritenere ci sia un evento così rilevante da portare all'imputazione.

Come diceva lei però è un dato di fatto che la magistratura inglese applica una certa tolleranza a questo tipo di situazioni.

Esattamente, ma c'è da dire anche dell'altro. Siamo davanti a una realtà davvero intricata perché si continua sistematicamente a confondere la rinuncia all'accanimento terapeutico con l'eutanasia vera e propria. Purtroppo questa confusione dal punto di vista dottrinale è inammissibile, sono due cose completamente diverse. In molti casi concreti vengono confuse per il carattere terribilmente complesso della situazione del malato".

Può spiegarci meglio questo passaggio?

Faccio un esempio: se questa  donna è in coma da anni ed è in stato di grande fragilità fisica e arriva una polmonite doppia e il medico non le dà gli antibiotici questo non andrebbe quantificato come eutanasia, ma come sospensione di un trattamento che potrebbe essere ritenuto dal medico futile, inutile, sproporzionato.

Lei sembra indicare che ogni caso è diverso dall'altro.

Proprio così. Si tratta di vedere qual era la situazione concreta di questa malata perché lo stato vegetativo ha differenziali sconfinati tra persona e persona. Eluana Englaro ad esempio, anche perché giovane, non aveva bisogno di alcun farmaco, solo alimentazione e idratazione, mentre altri malati parimenti in stato vegetativo sono però così dissestati biologicamente che hanno bisogno di farmaci di sostegno vitale.

La decisione del giudice inglese sembra comunque andare contro una mentalità che è sempre più diffusa, quella che prevede l'eutanasia.


  PAG. SUCC. >

COMMENTI
05/10/2011 - Ancora... (Carla D'Agostino Ungaretti)

Voglio aggiungere: è meglio augurarsi di trovarsi sempre in pace con Dio e col prossimo e poi morire di un colpo...

 
05/10/2011 - Fine vita (Carla D'Agostino Ungaretti)

Poveri noi! Che fine faremo?

 
05/10/2011 - Il mio dubbio sull'eutanasia (claudia mazzola)

Vado a trovare un amico in carrozzina di 67 anni all'ospizio, domenica era nel letto, magro, debole, non mi riconosce. Il mio grido al cielo del perché di quelle condizioni, cosa è meglio: vivere o morire? Poi volgo gli occhi a lui, mi sorride in uno sguardo brillante. Lo accarezzo e tutto passa, anche la mia miseria.