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CASO MEREDITH/ Il padre: il culto di Amanda Knox è umiliante per il ricordo di mia figlia

John Kercher, padre di Meredith, si è detto indignato del coro di giubilo con il quale Amanda, scagionata dalla Corte d’appello dall’accusa di omicidio, viene accolta ovunque si rechi.

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La Corte d’Assise d’appello di Perugia, il 3 ottobre scorso, ha ribaltato la sentenza di primo grado che condannava Amanda Knox e Raffaele sollecito a, rispettivamente, 26 e 25 anni di reclusione. Ora, come è noto, Amanda è libera. E’ tornata negli States e in Italia non ci metterà più piede. Ci sarebbe, ovviamente, ancora un grado di giudizio. Tuttavia, Amanda, in Cassazione, non si presenterà mai. E se anche l’Italia dovesse chiedere l’estradizione, gli Stati Uniti, con ogni probabilità, non la concederanno mai. Di fatto, è assolta definitivamente, Meredith Kercher, per l’omicidio della quale resta in carcere l’ivoriano Rudy Guede, non avrà giustizia, perché non si riuscirà mai a fare realmente chiarezza su chi effettivamente abbia ucciso la studentessa a Perugia, la notte del 1 novembre del 2007. Per questo al padre, John Kercher, non gli va già il coro di trionfo con il quale Amanda viene accolta ovunque vada. «Credo sarebbe più corretto verso la memoria di Meredith – ha dichiarato in un’intervista al Daily Mail,- , se Amanda Knox mantenesse un profilo basso». Il padre, in particolare, ha fatto sapere di sentirsi decisamente a disagio per le scene di giubilo che si sono verificate da parte della folla che stava attendendo l’arrivo di Amanda quanto questa è scesa, a Seattle, dall’aereo che l’ha riportata a casa. Non solo. La giovane sarebbe in procinto di ottenere milioni di dollari per concedere l’esclusiva della sua vicenda a chi volesse realizzarci libri, interviste o film. Secondo Kercher «questo culto della celebrità è umiliante per il ricordo di Meredith, una forma di mancanza di rispetto». Per il padre della vittima, è sbagliato sempre e in ogni caso speculare su drammi del genere. Ricordando quando Amanda a Raffaele furono condannati in primo grado, spiega che allora non si sentì certo sollevato, né pensò che fosse il momento di celebrare, ma provò, in ogni caso, un senso di soddisfazione perché, in qualche modo, era stata fatta giustizia. Dopo la sentenza d’appello, tuttavia, si è generata una situazione «angosciante», per il semplice fatto che, d’ora in poi, la contrazione si concentrerà su Amanda, «a discapito» - ha detto – della vittima.