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SUICIDIO MAGRI/ Quella "vuota" compagnia che ha spento un combattente

Lucio Magri (Foto Imagoeconomica) Lucio Magri (Foto Imagoeconomica)

Eppure Magri era un combattente: cosa gli ha impedito di usare la ragione, metterla a servizio della sua passione per l’uomo, continuando a vivere? La solitudine, la morte della moglie amata, la depressione. Non basta la politica, non bastano neppure gli amici, se non sanno farti compagnia nel dolore, dare un senso al distacco dalle persone care, cercare con te un significato per vivere. Stancano, le discussioni politiche di vecchi inariditi, con lo sguardo al passato, il rimpianto perché la realtà è diversa da come si era progettato. Non bastano le traduzioni dei libri, i riconoscimenti, gli inviti a qualche convegno di reduci.

La prima politica è vivere, questa è la buona battaglia, questo il coraggio. Aveva una figlia, Magri, una nipotina, amatissima. Non abbastanza, se il suo faccino non gli ha impedito quel volo oltreconfine. Oppure è stata la malattia, la follia: qualcuno allora si domandi, nel dolore della sua scomparsa, se non gli si poteva stare vicino, fermare in quella scorza di combattente quel cedimento, quella viltà. Morti così non chiudono il discorso, aprono una voragine di domande: non basta un Martini a placarne il tormento.

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