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ALLUVIONE GENOVA/ La risposta al dolore non è la "città perfetta"

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Genova, il giorno dopo  Genova, il giorno dopo

L’alluvione che ha colpito Genova in questi giorni riempie i miei occhi di tutte le immagini splendide che conservo in me di questa terra. Nei momenti più drammatici nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo: bastava trovarsi sulla via sbagliata, sul portone sbagliato, nel corridoio sbagliato.

Non voglio dire che non ci siano responsabilità negli amministratori della città. A pochi giorni dall’alluvione nel Levante, con la Protezione Civile allertata e le previsioni al peggio, le scuole non sono state chiuse - per dirne una. Poteva andare bene, invece per sei persone come me e te è andata male. Personalmente, sono convinto che in casi come questi il sindaco dovrebbe dimettersi subito, come atto dovuto, senza pensarci un momento, prima di stabilire qualsiasi responsabilità penale.

Eppure, che tristezza se tutta la nostra capacità di comprendere finisse in un cul-de-sac come questo! Che tristezza, se la questione fosse solo di farla franca, di portare a casa la pelle, e di pretendere dagli amministratori questa stessa cosa! Che tristezza, tutta questa Sicurezza! Se il pianto e la pietà non riuscissero a precedere la nostra (sia pure sacrosanta) indignazione, che razza di uomini saremmo?

Avrà anche ragione il mio amico Gian Giacomo Schiavi a dar la colpa, sul “Corriere”, a chi ha devastato il territorio con una sistematica speculazione edilizia rendendolo friabile, debole, soggetto a smottamenti. Ma c’è ben altro da guardare.

In questi giorni, a Genova, c’è una mamma - lo so perché la conosco - che trepida, e prega, e fa pregare tutti affinché il suo figlioletto, gravemente malato, possa vincere il nemico che si porta dentro. Suo figlio è come dentro il vortice dell’alluvione, l’acqua lo sta serrando alla gola. Cosa posso dirle? Cosa possiamo dire alle famiglie che, in questi giorni, si sono viste portare via una madre, una figlia?


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