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ALLUVIONE GENOVA/ La risposta al dolore non è la "città perfetta"

Pubblicazione:lunedì 7 novembre 2011

Genova, il giorno dopo Genova, il giorno dopo

La sola risposta interessante sta in quelle chiese belle, ricche, lucenti e accoglienti, in quella fede che nulla ha a che vedere col fideismo, e che si radica nella durezza del vivere - mi correggo: nella benedetta durezza del vivere.

Il mio più caro amico, morto per un tumore nello scorso settembre, in uno dei momenti più duri osò dettare queste parole: “Di fronte a questo dolore (...) è necessario credere che è Dio che agisce nelle cose, altrimenti uno impazzisce”.
E continuava: “Questa circostanza mi ha fatto avere uno sguardo nuovo sulla realtà, che non avevo mai avuto.” Poi, all’improvviso, queste parole inaudite: “Se mi chiedessero di riaffrontare e rivivere questa malattia, non so se direi di no, tale è stata la portata di questo cambiamento.”

Nelle sofferenze più atroci, un uomo del nostro tempo, un uomo di successo, perfettamente in sé, dal carattere iper-razionale, ha osato dire: non so se direi di no. E aggiungere: “Mendicare, questa è la condizione dell'uomo alla quale Dio dà risposta attraverso la sua Misericordia, che è il dono del suo amore ai miseri, cioè ai mendicanti.”

Non lo dico per fare prediche, ma perché un dolore così grande e inspiegabile come quello prodotto dall’alluvione di Genova ci obbliga a rispondere alla domanda: che cos’è un uomo? Dalla risposta a questa domanda dipende la qualità della vita, da adesso in avanti.



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