BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SUICIDIO MAGRI/ Perché far passare una richiesta d'aiuto per una scelta libera?

Immagine di archivio di uno spot pro Eutanasia (Foto Ansa) Immagine di archivio di uno spot pro Eutanasia (Foto Ansa)

La prima riguarda la depressione come malattia: il DSM IV ("Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali" ndr) tra i suoi sintomi fondamentali registra proprio il senso di solitudine e di abbandono, il desiderio di morte, il timore di non essere all’altezza della situazione e di non poter fronteggiare le difficoltà della propria vita. Ci sono forme diverse di depressione e tra le più diffuse ci sono quelle che seguono a un grave lutto, o che si accompagnano a una perdita di autostima, legata a difficoltà economiche e professionali, oppure rivelano una pesante delusione.

Ma i sintomi di una malattia più che di libertà del soggetto ce ne rivelano la fragilità; l’oggettiva difficoltà a fronteggiare certe situazioni non può essere confusa con la motivazione a por fine alla vita stessa. E’ piuttosto una richiesta di aiuto che coinvolge gli amici, ma anche e soprattutto quei medici, professionisti esperti, abituati a trattare patologie complesse come la depressione. Una patologia che richiede interventi di natura farmacologica, psico-terapeutica, individuale e di gruppo,  e non di rado anche socio-terapeutica.

La  seconda riguarda l’enfasi mediatica con cui qualcuno ha voluto sottolineare nella scelta di Magri esclusivamente il gesto di libertà e di autodeterminazione, sottacendone le difficoltà personali, per criticare l’assetto legislativo italiano che all’articolo 580 del CP condanna l’istigazione e l’assistenza al suicidio. C’è un impegno esasperato ad esaltare una libertà di morte mettendo sotto accusa un sistema di valori che connotano profondamente cultura e tradizione italiana. Un’enfasi che corre il rischio di far assurgere a modelli di co9mportamneto quelli che non sono altro che drammatiche scelte personali, per cui si pruò provare rispetto e misericordia, anche quando non se ne condividono le ragioni e non si riesce ad includere in una valutazione positiva.

La mia critica va proprio verso chi approfitta per fare promozione dell’eutanasia ogni volta che la tragedia personale di un uomo diventa di pubblico dominio e svela la sua sofferenza, il suo disagio. Invece di promuovere una risposta positiva da parte delle istituzioni sollecitandole a farsi carico dei bisogni fisici e psicologici delle persone, potenziando in termini qualitativi e quantitativi la rete delle cure palliative  con interventi che contribuiscano a ridare speranza alle persone ferite.

Terzo motivo, non meno importante, riguarda la riflessione sul modello antropologico che presidia molte delle scelte che si stanno imponendo sul piano sociale e culturale, politico e giuridico. Non è possibile accontentarsi di un modello che abbia una impronta fortemente individualistica e rinunzi a ragionare sulla dimensione relazionale della vita umana. È fondamentale che si torni a ragionare sull’uomo come soggetto di relazioni irrinunciabili proprio per consentirgli  il pieno raggiungimento dei suoi fini, sula piano affettivo, professionale, sociale.