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IL CASO/ L’etica del Dr House e quel dolore che aiuta a capire

Il 19 dicembre all’Università di Pavia un incontro sull’ “Etica del dottor House”. Il telefilm, spiega CARLO BELLIENI, offre spunti di riflessione sul tema della sofferenza e della speranza

Dr House Dr House

Lunedì 19 dicembre a Pavia, un dopocena speciale in università: si parla dell’ “Etica del dottor House”. Cosa attrae tanto del telefilm sull’eccentrico dottore da doverne parlare in Università? Chi l’ha visto lo sa ma forse non sa dirlo; per questo è bene che venga… chi non lo ha visto venga lo stesso perché sentir parlare di etica non come una cosa dogmatica, ma viva e divertente non è cosa da tutti i giorni. E capirà il perché di tanto interesse.

Il fatto è che il dr House può essere letto su due piani; il primo è quello banale di vedere un medico maleducato divertirsi a fare il maleducato. Ma a noi interessa il “piano due”, quello che non si legge subito, ma si intuisce, e non si sa esprimere. E che sparisce nelle puntate in cui House diventa più  buono, più simpatico, meno tenebroso. Tanto che nella nuova serie, la ottava annata di trasmissione, si riaffaccia perché House è in prigione, perde tutto, perde lo staff, gli amici, lo studio e il lavoro ma torna ad essere House, quello che ci piace davvero.

E quello che piace all’autore David Shore che lo ha creato proprio così: tenebroso, gotico, come si vede nelle prime puntate e in molte altre, ma non in tutte. Perché la caratteristica di House è il dolore. Dolore fisico per via della gamba operata, e dolore morale per via di un’infanzia disastrosa che lo ha reso cinico e asociale.

Ma quando si soffre, e si soffre tanto, si possono fare due cose: ribellarsi e gettarsi nel sogno o nel lamento, o riscoprire in sé una capacità che prima non si capiva di avere, che gli altri non si accorgono di avere: l’empatia, la capacità di vedere e soprattutto di leggere il dolore altrui.

E House legge il dolore altrui meglio degli altri, per questo è più bravo degli altri. Ma è più bravo anche perché sa (ha scoperto) che è giusto vincere il male, la malattia; che è giusto curare e non lasciare che il paziente si faccia del male o si deprima e chieda di morire prima di averle tentate davvero tutte; che esiste un trattamento giusto e uno sbagliato… che differenza con la medicina del ventunesimo secolo, tutta basata sulla burocrazia, sul lasciar (falsamente) decidere al paziente che di medicina non sa niente e tantomeno sa di disabilità e di malattia.