BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

EUTANASIA/ D'Agostino: si usa il caso Welby per "imporre" la morte assistita

Il caso Welby torna di attualità e si invoca in suo nome la legge sull'eutanasia e la morte assistita. Per FRANCESCO D'AGOSTINO una richiesta profondamente sbagliata

Foto ImagoeconomicaFoto Imagoeconomica

A cinque anni dalla morte di Piergiorgio Welby, torna di attualità il dibattito su eutanasia e morte assistita. Era il 20 dicembre del 2006 infatti quando Welby cessava di vivere per libera scelta. In questi cinque anni il dibattito ha subito una forte accelerazione, anche per l'accadere del tragico caso di Eluana Englaro, un caso che però, come sottolinea il professor Francesco D'Agostino interpellato al proposito da IlSussidiario.net, è profondamente diverso. Ciò nonostante Partito radicale e associazioni che si battono per una legge che dia libero accesso all'eutanasia hanno preso l'anniversario della morte di Welby come spunto per rilanciare la loro battaglia. Battaglia che si scaglia principalmente contro il decreto legge Calabrò sul testamento biologico, decreto attualmente fermo in Parlamento ma che proprio la vedova Welby in una sua intervista di questi giorni definisce "illiberale e contrario al codice civile". Per il professor D'Agostino, siamo davanti a uno sfruttamento mediatico di un caso, quello di Piergiorgio Welby, che in realtà non ha nulla a che vedere con l'eutanasia e il testamento biologico. "I radicali" spiega D'Agostino "hanno creato a partire dalla figura di Piergiorgio Welby una risonanza mediatica che va al di là dell'evento in sé, perché hanno collegato l'evento Welby all'evento Eluana Englaro che aveva invece una natura completamente diversa".

Professore, cosa è cambiato in questi cinque anni dalla morte di Welby nell'opinione pubblica? Si direbbe che la mentalità che sostiene l'eutanasia, la morte assistita, prenda sempre più piede, le risulta?
Sono abbastanza d'accordo con questa lettura della realtà attuale e c'è un motivo. L'evento Welby è stato uno straordinario evento mediatico mentre è stato - espressione forte la mia, ne sono consapevole - un modesto evento bioetico.
Ci spieghi meglio cosa intende.
Non voglio dare naturalmente giudizi sulla persona né sulla modalità della sua morte, io giudico l'evento. Il caso Welby è in sintesi il caso di un soggetto che, pienamente consapevole di intendere e di volere, ha rinunciato alle terapie e a terapie salva vita che erano praticamente conseguenti all'uso dei macchinari per la respirazione artificiale. La rinuncia alle terapie da parte di persone capaci di intendere e di volere è naturalmente un evento molto raro, ma è anche un evento assolutamente legittimo, ha anche un fondamento costituzionale perché la Costituzione proibisce ogni tipo di terapia coercitiva.
Se capisco cosa intende, sta dicendo che il caso Welby non dovrebbe essere usato come bandiera di una lotta per il diritto all'eutanasia.
I radicali hanno creato a partire dalla figura di Piergiorgio Welby una risonanza mediatica che va al di là dell'evento in sé perché hanno collegato l'evento Welby all'evento Eluana Englaro che aveva invece una natura completamente diversa dato che diversamente da Welby, Eluana era incapace di intendere e di volere. Hanno cioè raccordato il caso Welby a quello del testamento biologico e anche qui non centra nulla, perché nel caso di Welby lui non aveva bisogno di mettere per iscritto le sue volontà, essendo capace di intendere e di volere e potendo comunicarle direttamente a chiunque.
In cosa consiste la differenza fra i due casi che lei cita?
Il cuore dell'evento Welby che è rimasto nell'ambiguità riguarda l'aiuto che è stato  dato a Welby nel morire, aiuto che la magistratura ha ritenuto sia avvenuto nella liceità. In altre parole il medico avrebbe semplicemente eseguito le indicazioni di Welby di sospensione delle macchine, ma che per altri sarebbe stato più corretto qualificare come un vero e proprio intervento attivo nella morte di Welby. Cosa che avrebbe immediatamente attivato la qualificazione dell'evento come una vera e propria eutanasia volontaria. Ma il problema che si pone è un altro.
Quale?
Dopo cinque anni il problema non è riaprire la valutazione del caso Welby, che oltretutto è stato definitivamente chiuso dalla magistratura. Dopo questi anni sono due invece le cose che vanno osservate. Primo, di casi Welby non se ne sono verificati più e i vari tentativi di creare nuove figure Welby come nel caso di un altro malato, Giovanni Nuvoli, non hanno avuto seguito o per la precoce morte del malato stesso o semplicemente perché mediaticamente non si è riusciti a trovare un Welby numero due. Normalmente infatti i malati colpiti da patologie così gravi vogliono essere accuditi, assistiti, non vogliono essere lasciati soli. Il loro primo desiderio è poter vivere con serenità la fase terminale della loro vita e non quello di diventare dei promotori di legislazioni eutanasiche.
Il secondo punto che lei sostiene?
Io credo che - anche a causa di una certa responsabilità dei radicali e non solo - gli italiani ancora non abbiano ben capito la grande differenza che c'è tra la problematica del testamento biologico, che riguarda esclusivamente le persone che hanno perso la capacità di intendere e di volere, e la problematica del suicidio assistito come è il caso ad esempio di Lucio Magri e il caso infine che invece non crea problema al bioeticista, pur essendo un caso di altissima tragicità, quello del rifiuto consapevole da parte di malati capaci di intendere e di volere di terapie anche salva vita. Questi cinque anni passati non sono serviti a chiarire le idee all'opinione pubblica, ma a confonderla e a intrecciare fra di loro questioni che invece andrebbero rigorosamente distinte.