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PENSIERI DI NATALE/ Riconoscere un Bel Giorno per soddisfare la sete di felicità

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La vignetta di Guido Clericetti  La vignetta di Guido Clericetti

Il mio amico Pier, direttore di giornale, ha scritto un pezzo bellissimo sul Te Deum, che è il più bel regalo di Natale che ho ricevuto quest'anno, pubblicato su Tempi di questa settimana: “Te Deum laudamus. Quando sentii cantare questo inno, per la prima volta, nella piccola chiesa di campagna che frequentavo con i miei genitori, non sapevo che cosa volessero dire quelle parole austere e impettite, pronunciate in una lingua a me sconosciuta. Ma sentivo che quelle note e quelle parole, mi trascinavano verso l'alto... Il Te Deum, posso sbagliarmi, ma io lo sentivo così, inviava le note verso il cielo. E queste note, incuranti della legge della gravità alla quale, che io sappia, anche la musica dovrebbe obbedire, se ne andavano dirette verso il cielo per non tornare mai più in terra. Era un coro di sola andata, senza il ritorno. Perché era un coro di ringraziamento a Dio. Te Deum laudamus, appunto.

E mai come alla fine dell'anno si sente il bisogno di un Te Deum. Se non altro per ringraziare di essere ancora al mondo mentre un altro buon lotto di amici e conoscenti ci hanno lasciato per non farsi più vedere... Sono cronicamente curioso, mi aggrappo ai dettagli significativi, specie a quelli che mi danno gioia, emozione. Per esempio quando, in piena notte, torno a casa, dalle parti del Carrobbio, a Milano, mentre sto per chiudere la porta del mio appartamento, non posso che dare un'occhiata alla cupolotta della Basilica di San Lorenzo, che sbuca, resa immacolata e quasi immateriale da un'intelligente illuminazione, dai tetti immersi nel buio delle case un tempo popolari, di ringhiera. È una cuspide ottimista, bombata, che si conclude in una freccia nel cielo che, quando torno a casa, sembra voler infilzare la luna, forse solo per farle solletico, in una congiunzione affascinante, di straordinaria complicità. Sembra dirmi: "Vai pure a dormire. Ti vedo spremuto. Io sto qui a vegliare, non solo su di te, ma su tutta Milano. Anche sui giovani scalmanati pieni di birra e privi di riferimenti che vedo sul mio sagrato".

E quando parto prima dell'alba per prendere un aereo, abbraccerei il jumbo n.ro 15, guidato da un tramviere che prende pochi soldi ma, fedele al suo compito, non ha mancato il suo appuntamento con il lavoro. Il jumbo tram è lunghissimo come sempre. Ma, a quell'ora, è anche stranamente vuoto mentre la città dorme, sia pure ancora per poco. Esso scivola leggero, con le facce delle donne delle pulizie (anche loro, soldatine del dovere) che mi passano davanti come se fossero in un film, pensando, forse, agli affetti lontani e ai chilometri di scale che dovranno pulire.

 



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