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Cronaca

PENSIERI DI NATALE/ Riconoscere un Bel Giorno per soddisfare la sete di felicità

PAOLO MASSOBRIO oggi non parla di ricette, di vini e di cose buone, ma vicini alla fine dell'anno e attraverso stimolanti testimonianze ci parla delle cose importanti della vita

La vignetta di Guido ClericettiLa vignetta di Guido Clericetti

Il tassista che lavora a Milano e mi ha dato un passaggio in via Meravigli, non aveva mai visto un anno così: “Se non lavoro io, vuol dire che non lavora anche il negozio dove la gente va a fare la spesa; perché se io non guadagno, certamente mi comprerò un paio di scarpe in meno”. In due parole quel signore che aveva dentro la nostalgia dell'Appennino Tosco-Emiliano mi ha spiegato cos'è la recessione, ossia l'economia che si accartoccia su se stessa. La suggestione di questo fine anno è dunque quella della paura e dello spaventarsi a vicenda, come se tutto fosse più grande di noi. Che ci possiamo fare? Già, è come se avessimo perso gli anticorpi, inghiottiti da anni di abbondanza senza senso, come se la stella del mattino che è ancora alta nel cielo al levar del sole, quando ci si sveglia nel buio delle sei, non ci dicesse più nulla.

Eppure c'è, presenza buona, a dirci che un nuovo giorno non può esserci senza di me e senza di te. Io e te, moglie e marito, fratello e sorella, collega o socio,  microcosmi di impresa, qualunque essa sia. È germe di una risposta. Tre ragazzi di Gavi, ieri sera, m'hanno recapitato a casa uno scatolone con verdura appena raccolta nei loro campi a ridosso dei vigneti di uva cortese. E questa mattina Silvana mi ha detto: “Abbiamo assaggiato un finocchio buonissimo, che aveva tutta la fragranza della natura”. Ma quanti finocchi avremo comprato e mangiato in un anno? Eppure questo lo si ricorda, come qualcosa che irrompe nei tuoi pensieri e ti dice che c'è.

L'altro giorno l'amico Giorgio ci ha fatto una confidenza: suo nonno che ne ha viste di tutti i colori, non lo ha mai visto lamentarsi. E quando ha ritrovato in fondo a un cassetto il suo testamento spirituale, ha scritto che nella vita è stato quasi sempre lieto. E ha usato proprio questa parola, associandola alla fede. Allora ho pensato anch'io a mio nonna, che nacque nel 1900. Vide due guerre e i nazisti che le sottraevano il figlio, dovette emigrare in Argentina e patì la morte di un marito giovane, di professione macellaio, di cui io porto il nome. Ma anche lei non si è mai lamentata. E il giorno prima di morire – ricordo – sorrideva, prima di spegnersi come una candela. Faceva la vignaiola, allevava conigli e galline e aveva una coscienza. Io so che tutte queste persone, mia nonna, il nonno di Giorgio, i nonni di te che mi leggi, allo scadere di un anno andavano in chiesa a cantare il Te Deum. E l'anno ripartiva da lì, mica dalla paura.