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Cronaca

LETTERA/ Perché la burocrazia non mi concede la cittadinanza che mi spetta?

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In Italia, la legge è oggettivamente carente in questo punto. La nascita sul territorio italiano non dà alcun diritto. Di fatto però lo straniero può fare domanda di cittadinanza dopo 10 anni di residenza, e trasmette la cittadinanza ai figli minori. Questo implica che al massimo al compimento del decimo anno di età ogni bambino immigrato che è nato e ha risieduto continuativamente in Italia può chiedere di diventare italiano. Se poi suo padre è arrivato in Italia prima della nascita dei suoi figli, facilmente sarà il padre (o la madre) a maturare per primo i dieci anni di residenza, e ad aver diritto a fare domanda di cittadinanza lui (o lei) stesso, per poi trasmetterla ai figli.

Questo pone di fatto i bambini stranieri nati in Italia in una condizione che sembra essere fin meno severa di quella della Francia, e forse anche della Germania: in Italia nessuno pensa a revocare la cittadinanza italiana una volta che questa è stata concessa, e bastano 10 anni contro i 13 francesi.

Allora dové il problema? Il problema lo si scopre guardando i numeri, che non tradiscono. Ogni anno ci sono circa 100,000 “nuovi Francesi”, e 100,000 nuovi Tedeschi, e solo 40,000 nuovi Italiani. Perché? Presto detto: nella pancia del Ministero dell’Interno ci sono circa 150,000 domande pendenti. Il Ministero non ha la bontà di dirci ogni anno quante domande vengono presentate, per cui non possiamo dire se questo “debito” accumulato di domande inevase stia crescendo o no. Certo è che ci possiamo aspettare che il numero di domande presentate continui a crescere negli anni.

Fare domanda di cittadinanza, o “Il Processo” di Kafka
Fare domanda di cittadinanza è lungo, dispendioso, complicato, basato su procedimenti bizantini e interpretazioni legislative molto variabili da Consolato a Consolato, e da Prefettura a Prefettura. Se a questo aggiungiamo che il soggetto in questione, il cittadino straniero, facilmente non ha alti livelli di educazione, potrebbe non conoscere perfettamente la lingua, non conosce appieno i propri diritti, capiamo perché molti stranieri rinunciano ancor prima di partire. Mi limito a tre esempi.

La residenza. La legge prevede che l’immigrato sia stato residente per 10 anni di fila in Italia. Questo è un criterio molto più stringente del semplice “soggiorno”. Non basta non essere immigrati irregolari, bisogna anche aver tenuto continuativamente aggiornata la propria residenza presso il Comune. Per immigrati con condizioni abitative precarie, e con poca dimestichezza con la nostra burocrazia, si fa presto a dimenticarsi di notificare al Comune il cambio di residenza, e a trovarsi poi con dei “buchi” nel proprio Certificato di residenza storico. Un buco di un giorno nella “storia” degli indirizzi in cui si è risieduto si trasforma in un azzeramento del conteggio dei dieci anni. Tutto questo a prescindere dal fatto che l’immigrato sia legalmente soggiornante in Italia, con regolare permesso di soggiorno!