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LETTERA/ Perché la burocrazia non mi concede la cittadinanza che mi spetta?

Pubblicazione:sabato 3 dicembre 2011 - Ultimo aggiornamento:sabato 3 dicembre 2011, 12.16

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Caro direttore,
a intervalli regolari la questione della cittadinanza (o del voto) agli immigrati torna di attualità, solitamente con pochissimi risvolti pratici e nessun cambiamento, se non un altro giro di dichiarazioni e conferenze stampa, per quello che fino a due settimane fa si sarebbe chiamato “teatrino della politica”. In sintesi, la mia tesi è semplice: il più grande ostacolo all’ottenimento della cittadinanza in Italia non sono le regole, ma i burocrati. Siamo più precisi: sono Prefetture e Consolati che mettono un freno alle procedure per carenza di organico, ignoranza (o spregio) della legge, mancanza di accountability e controllo gerarchico.

La situazione dal punto di vista delle leggi
In passato la cittadinanza era una cosa semplice e basata sul sangue del paterfamilias (ius sanguinis): con il matrimonio la moglie perdeva la propria cittadinanza, acquistava quella del marito, così che i figli di padre italiano fossero sempre italiani. Diversa era (ed è) la faccenda nei paesi “di frontiera”, del nuovo mondo, che necessariamente partivano senza una base di cittadini e con la necessità di costruire un Paese da zero (nation building): negli USA si diventava (e si diventa) cittadini per nascita sul territorio degli USA (ius soli) o per naturalizzazione, vale a dire a seguito di immigrazione nel territorio degli Stati Uniti. Inoltre la naturalizzazione portava (ora non più) alla rinuncia alla cittadinanza precedente: l’idea è la stessa secondo cui Hernán Cortés, il grande esploratore spagnolo del XVI secolo, fece bruciare le navi da cui era sbarcato con il suo equipaggio al suo arrivo in Centro America: garantire la fedeltà assoluta alla missione di costruzione del Nuovo Mondo.

I tempi cambiano però, e ad oggi ogni ordinamento europeo prevede che si possa diventare cittadini dopo che siano passati alcuni anni di residenza (10 in Italia, 8 in Germania e Francia), posto che vi siano alcune condizioni minime, come la conoscenza della lingua, un lavoro, l’accettazione dei principi democratici, e così via. Quasi ovunque poi la “nuova” cittadinanza del genitore è più o meno automaticamente trasmessa ai figli minori.

La vexata quaestio tuttavia riguarda i figli di immigrati, nati sui nostri territori. Checchè ne dicano un neo-ministro, e molti politici qui in Italia, in nessun altro paese europeo un bambino acquisisce automaticamente la cittadinanza locale. In Germania ad esempio, si nasce tedeschi solo se i propri genitori hanno un visto permanente, e la cittadinanza va riconfermata all’età di 23 anni. Se a quell’età si è tornati in Turchia o in Bielorussia, bisogna dire addio al passaporto tedesco, e a tutti i suoi innumerevoli vantaggi. Anche la Francia condiziona la concessione della cittadinanza ai figli di stranieri a criteri di “stabilità” della migrazione: qui la cittadinanza per nascita si può chiedere, ad esempio, solo quando il bambino compie 13 anni e purché si sia residenti in Francia. Si noti come sia in Francia che in Germania non vi sia alcun automatismo: bisogna fare richiesta, a condizione che alcuni criteri siano soddisfatti.


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