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LETTERA/ Perché la burocrazia non mi concede la cittadinanza che mi spetta?

Pubblicazione:sabato 3 dicembre 2011 - Ultimo aggiornamento:sabato 3 dicembre 2011, 12.16

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I documenti. I documenti da raccogliere sono abbastanza standard: certificato di nascita dal paese d’origine, certificati di fedina penale per i paesi di residenza. Ma i sistemi istituzionali variano molto da paese a paese, per cui ci sono paesi in cui non esiste il Casellario Giudiziario, altri in cui non esiste il concetto di “residenza”, e così via. Quali sono quindi i certificati da presentare, esattamente? Il Ministero dell’Interno non dà indicazioni, qualsiasi prefettura si nasconde dietro ad un “non lo so”, o semplifica tutto dicendo “Chieda al nostro consolato al Cairo/ Parigi/New York”. Sta di fatto che non esiste una lista precisa con “nomi e cognomi” dei documenti da presentare, e ad esempio ci sono paesi (tutti i paesi anglosassoni) in cui il concetto di residenza non esiste, o paesi (come gli Stati Uniti), in cui ogni Stato ha il suo archivio criminale separato. Come interpretare la legge nel caso specifico? Nessuna prefettura o Ministero offre linee guida ufficiali al riguardo.

Al povero (futuro) cittadino non resta che sperare di essere nel giusto, con il rischio di essere trovato in torto dopo mesi in cui dispendiosamente ha cercato, spesso tramite amici e parenti, di affrontare le burocrazie dei paesi d’origine. Sarebbe poca fatica per il Ministero dell’Interno chiedere alla rete consolare di redigere una lista ufficiale, con indirizzi e modalità di richiesta dei vari documenti. Poca fatica, ma troppa per la Pubblica Amministrazione.

La tempistica e i giochetti di Prefetture e Consolati. La legge è molto rigida sulle tempistiche. Entro 30 giorni dalla presentazione della domanda, la Prefettura/Consolato deve trasmettere il suo parere al Ministero dell’Interno. L’intera pratica deve durare al massimo 730 giorni (due anni, che non son pochi). Se la domanda è incompleta, lo Stato deve richiedere i documenti necessari a perfezionarla, e solo nel caso in cui il cittadino non produca questi documenti, la domanda è rigettata. Tutto bello e chiaro. Peccato che questi termini di 30 e 730 giorni sono solo “ordinatori”, cioè sono messi lì per dare un’idea, ma non sono in nessun modo vincolanti. Si dice, ad esempio, che presentando la domanda alla Prefettura di Roma ci vogliano almeno quattro anni per ottenere la cittadinanza.

Dubitiamo sia dovuto alla mancanza di organico, dato che comunque la Prefettura di Milano, che sospettiamo avere meno dipendenti, conclude ogni anno il 20% in più di pratiche di quella di Roma.

Aggiungiamo poi che dato che la cittadinanza è “concessa” dallo Stato all’immigrato, l’immigrato non ha molta voglia di puntare i piedi e fare la voce grossa rispetto ai tempi non rispettati, per evitare di disturbare la misericordiosa volontà nel nostro burocrate kafkiano, che la potrebbe prendere male se qualcuno gli ricordasse cosa dice la legge a cui lui è sottoposto.


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