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IL CASO/ 2. Quel bambino-medicina, amato soltanto per la sua utilità

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L'implicazione più grave e foriera di ulteriori, nefasti sviluppi mi sembra sia quella di una "cultura della morte" (l'espressione è di Giovanni Paolo II, che ne fece uno dei concetti chiave, insieme a quello opposto di "cultura della vita", della sua enciclica Evangelium vitae). Si arriva a chiamare alla vita esseri umani per destinarli intenzionalmente alla morte nel nome di una beneficialità terapeutica che afferma come un bene ciò che in realtà è un delitto: togliere la vita ad un essere umano per guarire un altro essere umano, umiliando e sfruttando così la vita del primo per salvare quella del secondo. Una siffatta medicina tradisce la stessa vocazione professionale dell'arte di Ippocrate, che è quella del "primum non nocere": non arrecare danno a nessuna vita umana per nessuna ragione, perché ogni donna e ogni uomo, sin dal suo concepimento, è degno del più alto rispetto e della tutela incondizionata da parte dei genitori, dei medici e della società.

 

Quando crescerà, la consapevolezza di esser nato per “curare” i fratelli, che ripercussioni avrà sulla coscienza di sé?


Possiamo solo intuire quale potrà essere il gravissimo riverbero della coscienza di quel bambino di essere stato voluto dai propri genitori non "per se stesso" ma "per un altro", in funzione di un altro, di suo fratello malato. Ognuno di noi è stato creato per se stesso ed è fatto per essere amato in se stesso e per amare l'altro come se stesso. Non vi è tormento più grande che quello che sorge in noi quando ci accorgiamo di essere sfruttati, "usati" per uno scopo che ci è estraneo, che non è solidale con il nostro destino. Siamo fatti "poco meno degli angeli", dice la Bibbia per indicare la nostra sublime dignità e la nostra vocazione ad essere il vertice di tutta la creazione: l'uomo e la donna non sopportano di fatti per altro che per l'Autore della propria vita e, dunque, per se stessi, perché il Creatore chiama all'esistenza e ama singolarmente e irripetibilmente ognuno di noi. Chi parla di "solidarietà familiare" o di "atto di donazione" o "d'amore" a proposito di quanto accaduto in Francia disconosce che la solidarietà, la donazione e l'amore non possono essere "imposti" a nessuno, "decisi da altri", neppure nel caso dei genitori rispetto ai figli. Il figlio, neppure quando è ancora un embrione o non è ancora nato, non ha una dignità inferiore a quella dei genitori o di un fratello e, dunque, non può essere trattato come un "oggetto" che si sceglie secondo criteri di utilità o convenienza, fosse pure una elevatissima utilità familiare o convenienza sanitaria e sociale.


La pratica è legale in Spagna, Belgio e Stati Uniti. E in Italia? 

 


COMMENTI
10/02/2011 - Ora che c'è amiamolo. (claudia mazzola)

Come si fa a rispettare una vita umana se non amando la sua carne, che questo bimbo abbia cura dei suoi fratelli ed i suoi fratelli di lui. Proprio ora con il Movimento x la Vita abbiamo seppellito 40 bambini abortiti, questa preghiera comune è il nostro amore per loro e per tutti i piccini.