Cronaca
mercoledì 23 febbraio 2011
L’appello del gruppo di esponenti della cosiddetta società civile, capitanati dai professori Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelski, giuristi fini ma partigiani, ha trovato da ultimo eco nelle parole di Saviano che ha così plasticamente sintetizzato la questione: “il diritto a scegliere sulla propria fine vita, serve a garantire che all’interno di una legge ognuno trovi la sua strada”. È la consacrazione di un ruolo che al diritto mai era stato assegnato: essere garante della volontà individuale, qualunque essa sia.Ma andiamo con ordine. Il rimprovero fondamentale che i paladini del c.d. diritto di scelta muovono al disegno di legge sulle direttive anticipate di trattamento, pendente alla Camera dei deputati, ruota attorno a tre postulati: che con l’approvazione di questa legge ciascun cittadino perderebbe il proprio diritto all’autodeterminazione; che è contraddittorio ritenere la vita quale bene indisponibile essendo previsto il diritto costituzionale al rifiuto delle cure; che il disegno di legge prevede l’alimentazione e l’idratazione forzate in disprezzo dell’art. 32 della Costituzione.Le tre obiezioni mirano ad affermare un assioma, non nuovo al dibattito pubblico sul fine vita, che ritiene come la libertà individuale si debba sempre tradurre in vere proprie pretese giuridiche che obbligano l’ordinamento a conformarsi a esse. Non si coglie, in altri termini, la distinzione tra libertà e diritto positivo, ius positum, regola cioè posta dallo Stato per disciplinare situazioni sociali facendole emergere dall’indifferenza normativa. Mentre la libertà individuale gioca il suo ruolo sul piano morale ed è lasciata all'agire del singolo consociato, quando si entra sul piano del diritto è l'ordinamento stesso a dare rilevanza a interessi che assumono il rango di pretese giuridiche, distinguendoli da quegli interessi, non giuridificati, che rimangono nell'alveo della libertà. Ora il caso della volontà-libertà di determinare scelte di fine vita non ha attualmente nel nostro ordinamento la portata di "pretesa giuridica", ma cozza contro disposizioni di legge a tutela della vita umana, con la conseguenza che se qualcuno oggi ponesse fine a un'esistenza umana per assecondare il volere del malato incorrerebbe nella commissione di reati come l’omicidio del consenziente o il suicidio assistito. Non esiste dunque allo stato della legislazione italiana un diritto assoluto all’autodeterminazione, che perciò non può ritenersi prevaricato da un ddl in via di approvazione.L'idea sottesa all’assioma criticato è con tutta evidenza che il nostro ordinamento debba sempre ritenere "assoluta" la volontà dei consociati, salvo che questa non si scontri con altre libertà, e che giammai possa ritenersi prevalente un valore collettivo in contrasto con tale volontà. Ma non è così. Un esempio meno pregno di conflittualità è chiarificatore: anche se un dipendente volesse lavorare ventiquattro ore al giorno ciò non è consentito dall'ordinamento in quanto va contro la dignità e l'integrità fisica della persona.
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