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J'ACCUSE/ Le coppie gay dietro il nuovo attacco alla legge 40

Il Tribunale di Milano ha eccepito l’incostituzionalità della Legge 40, rinviandola alla Consulta. Il commento di PAOLA BINETTI

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Strano destino quello della Legge 40, colpita da una sorta di accanimento giudiziario che sta cercando di smontarla pezzo per pezzo, come se rappresentasse l’ostacolo più grosso per la realizzazione della felicità coniugale e familiare.

 

Eppure gli obiettivi della legge sono semplici e chiari: è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita (PMA), che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito, allo scopo di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dall’infertilità umana.

 

Il ricorso alla PMA è consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità. Detto in altre parole, la procreazione medicalmente assistita si pone come una alternativa terapeutica alla sterilità e all’infertilità con l’impegno a tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti: madre, padre e figlio.

 

Con l’ultima sentenza, il Tribunale di Milano ha rilevato nel divieto all’eterologa un ostacolo che non permette di garantire la realizzazione della vita familiare. È la terza volta che il divieto sulla fecondazione eterologa viene rimandato alla Consulta per averne una valutazione che in definitiva lo dichiari incostituzionale. Nel quesito, come sempre accade c’è una parte che esprime un valore generalmente condivisibile - garantire la realizzazione della vita familiare - e una fallacia logica che in realtà stravolge non solo l’impianto della legge, ma lo stesso valore che in teoria si vorrebbe difendere.

 

Non c’è dubbio, infatti, che questa legge costituisca - sia pure involontariamente- una vera e propria dichiarazione dei diritti essenziali dell’uomo: il diritto alla vita e il diritto alla famiglia. E questi due diritti sono da lungo tempo nell’occhio del ciclone di una cultura caratterizzata non solo da un profondo relativismo etico, ma soprattutto dal capovolgimento della prospettiva antropologica. In questo caso, mentre si pretende di garantire la realizzazione della vita familiare, si introduce una prospettiva che altera la natura dei rapporti tra padre-madre-figlio, perché il figlio viene a essere figlio di un genitore biologico, estraneo alla vita di famiglia che si intende tutelare.


COMMENTI
07/02/2011 - Continuiamo a farci del male? (Sergio Palazzi)

On. Binetti, le scrivo da cattolico, liberale, di destra, sposato in Chiesa per convinzione, genitore. Mettiamo che io sia d'accordo col 90% di quel che lei dice e pensa. Ma mi vuol dire che c'entrano in questo le coppie gay? Come se, almeno fino a qualche tempo fa, non fosse comune che coniugi gay (magari entrambi) contraessero matrimoni formalmente impeccabili per evitare scandali e discriminazioni, crescendo anche, magari con affetto, dei figli sulla cui linea biologica non c'era peraltro modo - né soprattutto ragione - di indagare? Come se invece non fosse vero che figli di famiglie perfettamente regolari e convenzionali non siano stati e siano vittime di inconcepibili mostruosità, testimoni di infamie di ogni genere? O importa forse che entrambe le cose avvengano nel silenzio per non turbare benpensanti e farisei? La minaccia alla vita sono le coppie gay, o ben altro? Possibile, ancora, che dopo tante battaglie sui principi lei non veda differenze tra una (opinabilissima) inseminazione artificiale ed una fecondazione in vitro (omologa o no), pluriabortiva, spesso eugenetica? E dire che la cultura cattolica, e prima quella ebraica, han millenarie tradizioni di equilibrio contro i rigorismi di letture manichee della Legge (qualcuno le chiama "buon senso"). Che testimonianza più efficace daremmo al mondo, sapendo distinguere tra la gravità delle scelte che riguardano coscienza, anima e affettività del singolo e quelle che comportano reali crimini contro la vita...