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J'ACCUSE/ Le coppie gay dietro il nuovo attacco alla legge 40

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E la politica non può non interrogarsi su questi nuovi modelli tecnologici che alla luce di un’antropologia capovolta tentano di stravolgere la naturale percezione della paternità e della maternità. Ogni figlio ha diritto a sapere chi è suo padre, anche per gli eventuali problemi di salute che potrebbero insorgere nella sua vita; ma ha diritto a saperlo anche alla luce della sua relazione personale con il presunto genitore con cui il rapporto potrebbe non essere dei migliori, proprio alla luce di quella scelta originaria che rende il padre “veramente” padre e il figlio “veramente” figlio.

 

È questo uno dei paradossi che si sono creati nella legislazione austriaca, nei cui confronti il prossimo 23 febbraio la Corte europea dei diritti dell’uomo sarà chiamata a pronunciarsi in via definitiva sulla conformità alla Convenzione dei diritti dell’uomo. La disciplina austriaca, infatti, mentre pone un divieto analogo a quello italiano alla procreazione assistita di tipo eterologo permette l’inseminazione artificiale di tipo eterologo. Un pastrocchio giuridico che vede alla sua base la difficoltà a ricostruire correttamente la mappa delle relazioni familiari proprio a garanzia di una piena realizzazione della vita familiare.

 

Il punto in cui bio-giuridica e bio-etica intercettano la bio-politica è proprio nell’assoluta necessità con cui oggi la politica deve prendere una posizione chiara rispetto alla famiglia: alla sua identità e alle problematiche collegate con la sua realizzazione e il suo sviluppo. Anche la libertà individuale deve trovare i suoi parametri di riferimento in una logica di tipo relazionale che prende atto della premessa antropologica per cui l’uomo è un essere per l’altro e con l’altro, anche perché è un essere che nasce dall’altro.

 

Il rapporto tra vita e libertà appare nella logica dei contestatori del divieto dell’eterologa del tutto stravolto, per cui invece di considerare la libertà un attributo della vita (sono libero perché sono vivo) si finisce col considerare la vita un’appendice della libertà (sono libero di vivere o di non-vivere).

 

L’accanimento con cui alcuni, sempre gli stessi per la verità, sempre con la stessa matrice culturale e sempre con la stessa appartenenza associativa, stanno distruggendo la legge 40, non ha nulla a che vedere con il desiderio di garantire la piena realizzazione della vita familiare, ma piuttosto con il suo contrario; con l’impegno ostinato a smontarne l’impianto, vanificando la tenuta dei legami familiari e riconducendoli in una sorta di anonimato affettivo, per cui ai due genitori originari è possibile sostituire qualsiasi altro surrogato tecnologico in un’avventura virtuale in cui niente è come sembra.


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COMMENTI
07/02/2011 - Continuiamo a farci del male? (Sergio Palazzi)

On. Binetti, le scrivo da cattolico, liberale, di destra, sposato in Chiesa per convinzione, genitore. Mettiamo che io sia d'accordo col 90% di quel che lei dice e pensa. Ma mi vuol dire che c'entrano in questo le coppie gay? Come se, almeno fino a qualche tempo fa, non fosse comune che coniugi gay (magari entrambi) contraessero matrimoni formalmente impeccabili per evitare scandali e discriminazioni, crescendo anche, magari con affetto, dei figli sulla cui linea biologica non c'era peraltro modo - né soprattutto ragione - di indagare? Come se invece non fosse vero che figli di famiglie perfettamente regolari e convenzionali non siano stati e siano vittime di inconcepibili mostruosità, testimoni di infamie di ogni genere? O importa forse che entrambe le cose avvengano nel silenzio per non turbare benpensanti e farisei? La minaccia alla vita sono le coppie gay, o ben altro? Possibile, ancora, che dopo tante battaglie sui principi lei non veda differenze tra una (opinabilissima) inseminazione artificiale ed una fecondazione in vitro (omologa o no), pluriabortiva, spesso eugenetica? E dire che la cultura cattolica, e prima quella ebraica, han millenarie tradizioni di equilibrio contro i rigorismi di letture manichee della Legge (qualcuno le chiama "buon senso"). Che testimonianza più efficace daremmo al mondo, sapendo distinguere tra la gravità delle scelte che riguardano coscienza, anima e affettività del singolo e quelle che comportano reali crimini contro la vita...