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ELUANA/ Melazzini: vi racconto la mia voglia di vivere, più forte della malattia

Eluana Englaro Eluana Englaro

Si parla molto di diritti, ma forse dobbiamo cominciare a tutelare il principale diritto che è il diritto alla vita, in qualsiasi condizione, dal concepimento alla sua fine naturale, anche con la malattia. Un paese che voglia definirsi civile dev’essere in grado di mettere tutti i suoi cittadini nella condizione di vivere con dignità anche l’esperienza della malattia e della disabilità.

Che cosa auspica, Melazzini?

Basterebbe che il ricordo di questa giornata non fosse l’ennesima occasione per contrapporsi su ideologie o posizioni legate a schieramenti politici. Dovremmo far tesoro di quanto è successo perché non possa più accadere, perché quello che è accaduto è stato un atto di totale abbandono, l’abbandono di una persona che aveva solo bisogno di essere nutrita, idratata e accudita con affetto. Questa è la lezione. Una società vera non uccide, ma si fa carico dei più deboli con amore e li accompagna lungo tutto il percorso della vita.

Lei mangia e beve con l’aiuto di un sondino. Come vive questa sua condizione di disabilità?

Per me è ormai la normalità. Non lo considero né un atto di forza né un atto di violenza, e nemmeno un atto terapeutico. Certo, chi non preferirebbe mangiarsi un bel piatto di pasta? Nella nostra vita diamo per scontate davvero tante cose. Quando ci imbattiamo in un evento legato a qualcosa che ci fa provare angoscia, come una malattia, lo rifiutiamo e questo fa parte del vissuto della persona umana. Ma oggi abbiamo la fortuna di avere a disposizione strumenti che possono garantire in qualche modo un percorso di vita anche in stato di malattia, e con dignità.

A cosa non rinuncerebbe mai?
 


COMMENTI
09/02/2011 - Una posizione che merita rispetto (Marco Claudio Di Buono)

Quella del dott. Melazzini è una posizione coraggiosa, che sicuramente costerà tanta fatica, perché posso solo lontanamente immaginare cosa sperimenta. Eppure, sentir parlare un medico e un malato così, suscita un sentimento di rispetto proprio perché a dirle certe cose non è uno dei soliti commentatori televisivi. Per amare così la vita bisogna viverla intensamente anche nella sua fragilità. La malattia, vissuta nella consapevolezza della croce, acquista un senso anche se non toglie la sofferenza. Una cosa che ritengo importante è creare una rete di aiuto alle persone malate e alle loro famiglie che da soli non possono farcela.

 
09/02/2011 - La bellezza: san Francesco che bacia il lebbroso (claudia mazzola)

Ricordo due anni fa a Brescia un convegno, ospiti Melazzini, Farina e Lunardi. Argomento "la bellezza salverà il mondo". Un piacere ascoltarli, ma mi ha colpito enormemente Melazzini. Portando la sua persona malata ci ha fatto toccare con mano il titolo dell'incontro.

 
09/02/2011 - (de)ontologia (Antonio Servadio)

"dignità di ogni vita ha un carattere ontologico". Pensiamo alle tante persone afflitte da handicap neurologici o psichiatrici. Tra i problemi relazionali vi sono anche le difficoltà di comunicazione; alcune molto gravi, e non sempre connesse a difetti cognitivi. Fino a qualche decennio fa, molte di queste persone restavano letteralmente incomprese, del tutto isolate. Pertanto erano motivo di imbarazzo, timore o rigetto da parte di famiglie e società. Spesso abbandonate, languivano rinchiuse in istituti "di cura" assieme ad altri esseri umani colpiti da menomazioni, congenite o no, variamente gravi. La "cura" però non c'era, si provvedeva meramente alla loro sopravvivenza materiale. Oppure - peggio - la "cura" consisteva in pratiche di contenimento e sedazione. Poi i tempi sono cambiati. Oggi decifriamo, umanizziamo e avviciniamo ciò che ieri era misterioso e provocava reazioni di rifiuto ed emarginazione "disumana". L'incomunicabilità è cosa relativa ai tempi, agli "strumenti". E' pericoloso assumere come misura di valore la capacità di comunicare, quella che è alterata in certe condizioni le cui cure (accudimento o terapia che sia) oggi sono criticate. Un animalista mi parlava della prospettiva che in futuro si possano produrre animali da allevamento che non provino dolore, il che, mi diceva, risolverebbe il problema etico di fondo che distoglie dall'utilizzo indiscriminato degli animali per scopi di produzione. Non ero d'accordo, perché c'è di mezzo l'ontologia.