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ELUANA/ Melazzini: vi racconto la mia voglia di vivere, più forte della malattia

Pubblicazione:mercoledì 9 febbraio 2011 - Ultimo aggiornamento:martedì 7 febbraio 2012, 14.12

Eluana Englaro Eluana Englaro

Alle persone che mi stanno accanto. Basta a volte la loro presenza, uno sguardo. Mi infondono quella grande dignità che a volte si pensa di poter perdere. Sono convinto che da questi semplici atti quotidiani chiunque di noi può trarre non tanto un insegnamento, ma la semplice consapevolezza che anche in determinate condizioni tutto può continuare, come si dice, con qualità. Una qualità «riprogrammata» sul proprio percorso di vita, quello dettato dalle circostanze che non possiamo mutare.

Affrontare una situazione come la sua, così limitante, è questione di razionalità? Di coraggio? Di fede?

È un percorso che va metabolizzato. Non è stato semplice, all’inizio ragionavo nel modo in cui avviene intorno a noi: no, dici a te stesso, una vita così è impossibile. Ma nulla è impossibile, se c’è la consapevolezza che si matura pian piano, in un percorso legato all’esplorazione e alla conoscenza di quanto si può effettivamente sostenere nella malattia. Certo posso solo parlare della mia esperienza personale. Ma grazie alla malattia ho imparato ad accettare il mio limite.

Lei è credente. Che posto ha la fede in tutto questo?

La fede ha aumentato in me la consapevolezza di essere immerso in un Mistero che, come tale, mi rende partecipe di qualcosa di più grande di me. È qualcosa che ti cambia nel profondo, e sostiene il tuo percorso razionale di accettazione fatto di negazione, di rifiuto, di rabbia, fino a che non ti è dato di accettare e di capire. La fede conduce alla consapevolezza, passo dopo passo, che quel Mistero esiste e che per questo c’è una ragione profonda per tutto ciò che accade, male compreso. Io sto cercando, grazie ad esso, di vivere la mia situazione come un valore aggiunto, sia come uomo sia come professionista, ma soprattutto come malato.

Ha detto che grazie alla malattia ha imparato ad accettare il suo limite. Che vuol dire?

Se non temessi di essere molto presuntuoso, direi che il mio stato è qualcosa che mi accompagna e mi educa, progressivamente. Mi sento molto fortunato in tutto questo; anche se non le nascondo che preferirei tornare ad andare in bicicletta... però siccome per il momento non è possibile - per il momento: mai dire mai - andiamo avanti.

Non tutto dipende da noi, molto dipende anche dalle leggi. Lei sente tutelata la sua vita?
 


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COMMENTI
09/02/2011 - Una posizione che merita rispetto (Marco Claudio Di Buono)

Quella del dott. Melazzini è una posizione coraggiosa, che sicuramente costerà tanta fatica, perché posso solo lontanamente immaginare cosa sperimenta. Eppure, sentir parlare un medico e un malato così, suscita un sentimento di rispetto proprio perché a dirle certe cose non è uno dei soliti commentatori televisivi. Per amare così la vita bisogna viverla intensamente anche nella sua fragilità. La malattia, vissuta nella consapevolezza della croce, acquista un senso anche se non toglie la sofferenza. Una cosa che ritengo importante è creare una rete di aiuto alle persone malate e alle loro famiglie che da soli non possono farcela.

 
09/02/2011 - La bellezza: san Francesco che bacia il lebbroso (claudia mazzola)

Ricordo due anni fa a Brescia un convegno, ospiti Melazzini, Farina e Lunardi. Argomento "la bellezza salverà il mondo". Un piacere ascoltarli, ma mi ha colpito enormemente Melazzini. Portando la sua persona malata ci ha fatto toccare con mano il titolo dell'incontro.

 
09/02/2011 - (de)ontologia (Antonio Servadio)

"dignità di ogni vita ha un carattere ontologico". Pensiamo alle tante persone afflitte da handicap neurologici o psichiatrici. Tra i problemi relazionali vi sono anche le difficoltà di comunicazione; alcune molto gravi, e non sempre connesse a difetti cognitivi. Fino a qualche decennio fa, molte di queste persone restavano letteralmente incomprese, del tutto isolate. Pertanto erano motivo di imbarazzo, timore o rigetto da parte di famiglie e società. Spesso abbandonate, languivano rinchiuse in istituti "di cura" assieme ad altri esseri umani colpiti da menomazioni, congenite o no, variamente gravi. La "cura" però non c'era, si provvedeva meramente alla loro sopravvivenza materiale. Oppure - peggio - la "cura" consisteva in pratiche di contenimento e sedazione. Poi i tempi sono cambiati. Oggi decifriamo, umanizziamo e avviciniamo ciò che ieri era misterioso e provocava reazioni di rifiuto ed emarginazione "disumana". L'incomunicabilità è cosa relativa ai tempi, agli "strumenti". E' pericoloso assumere come misura di valore la capacità di comunicare, quella che è alterata in certe condizioni le cui cure (accudimento o terapia che sia) oggi sono criticate. Un animalista mi parlava della prospettiva che in futuro si possano produrre animali da allevamento che non provino dolore, il che, mi diceva, risolverebbe il problema etico di fondo che distoglie dall'utilizzo indiscriminato degli animali per scopi di produzione. Non ero d'accordo, perché c'è di mezzo l'ontologia.