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ELUANA/ Melazzini: vi racconto la mia voglia di vivere, più forte della malattia

Pubblicazione:mercoledì 9 febbraio 2011 - Ultimo aggiornamento:martedì 7 febbraio 2012, 14.12

Eluana Englaro Eluana Englaro

Le darei una duplice risposta. Come medico e professionista, le posso dire di sì. Come paziente e come persona fragile, invece, ho scarsa fiducia nell’interpretazione di quella che è la reale presa in carico della persona e dei suoi familiari da parte sia del medico, sia delle istituzioni. Sarebbe fondamentale mettere dei paletti molto solidi, perché io non voglio, su di me e su altri, che qualcuno possa decidere di considerare come atti terapeutici mezzi di supporto vitale come la nutrizione o l’idratazione o il supporto ventilatorio, e come tali farne oggetto di interruzione terapeutica.

Sono due anni che si parla di una legge che non arriva…

Quando una persona si avvicina alla fine, chi fa bene il medico con scienza e coscienza è in grado di comprendere se ciò che si sta facendo è o non è accanimento terapeutico. Però, per ovviare al fatto che su dieci professionisti uno solo possa valutare correttamente la situazione, sarebbe importante avere a disposizione qualcosa che tuteli quelle persone non in grado di esprimere la propria volontà nel momento attuale. La grande paura è di non riuscire a tutelare le fragilità più gravi, e che determinate condizioni possano diventare fattori di emarginazione e soprattutto di costo sociale.

Quanto pesa la solitudine in queste situazioni?

Può risultare mortale. Sono convinto che determinate scelte rinunciatarie non siano dettate da una scelta razionale, ma da una situazione di abbandono e di elevati costi, non solo di tipo economico, che vengono a gravare solo sulla persona e sulla sua famiglia.

In quello che dice, lei sembra tutt’altro che prigioniero di se stesso.

Può sembrare una situazione mostruosa, ma non è così. Il paradosso è che una condizione che ci piove sul capo, apparentemente inconciliabile con la vita e che mortifica senza posa il nostro corpo, faccia brillare ancor di più tutto ciò che c’è nella persona, le sue emozioni, la sua anima. Io questo lo sto imparando quotidianamente dalle persone malate, dall’amore con cui i familiari le accudiscono, dallo sguardo anche con cui queste persone rispondono. Siamo qui a toccare con mano che l’essere conta infinitamente più del fare.

(Federico Ferraù)
 



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COMMENTI
09/02/2011 - Una posizione che merita rispetto (Marco Claudio Di Buono)

Quella del dott. Melazzini è una posizione coraggiosa, che sicuramente costerà tanta fatica, perché posso solo lontanamente immaginare cosa sperimenta. Eppure, sentir parlare un medico e un malato così, suscita un sentimento di rispetto proprio perché a dirle certe cose non è uno dei soliti commentatori televisivi. Per amare così la vita bisogna viverla intensamente anche nella sua fragilità. La malattia, vissuta nella consapevolezza della croce, acquista un senso anche se non toglie la sofferenza. Una cosa che ritengo importante è creare una rete di aiuto alle persone malate e alle loro famiglie che da soli non possono farcela.

 
09/02/2011 - La bellezza: san Francesco che bacia il lebbroso (claudia mazzola)

Ricordo due anni fa a Brescia un convegno, ospiti Melazzini, Farina e Lunardi. Argomento "la bellezza salverà il mondo". Un piacere ascoltarli, ma mi ha colpito enormemente Melazzini. Portando la sua persona malata ci ha fatto toccare con mano il titolo dell'incontro.

 
09/02/2011 - (de)ontologia (Antonio Servadio)

"dignità di ogni vita ha un carattere ontologico". Pensiamo alle tante persone afflitte da handicap neurologici o psichiatrici. Tra i problemi relazionali vi sono anche le difficoltà di comunicazione; alcune molto gravi, e non sempre connesse a difetti cognitivi. Fino a qualche decennio fa, molte di queste persone restavano letteralmente incomprese, del tutto isolate. Pertanto erano motivo di imbarazzo, timore o rigetto da parte di famiglie e società. Spesso abbandonate, languivano rinchiuse in istituti "di cura" assieme ad altri esseri umani colpiti da menomazioni, congenite o no, variamente gravi. La "cura" però non c'era, si provvedeva meramente alla loro sopravvivenza materiale. Oppure - peggio - la "cura" consisteva in pratiche di contenimento e sedazione. Poi i tempi sono cambiati. Oggi decifriamo, umanizziamo e avviciniamo ciò che ieri era misterioso e provocava reazioni di rifiuto ed emarginazione "disumana". L'incomunicabilità è cosa relativa ai tempi, agli "strumenti". E' pericoloso assumere come misura di valore la capacità di comunicare, quella che è alterata in certe condizioni le cui cure (accudimento o terapia che sia) oggi sono criticate. Un animalista mi parlava della prospettiva che in futuro si possano produrre animali da allevamento che non provino dolore, il che, mi diceva, risolverebbe il problema etico di fondo che distoglie dall'utilizzo indiscriminato degli animali per scopi di produzione. Non ero d'accordo, perché c'è di mezzo l'ontologia.