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DON GIUSSANI/ L'omelia del Cardinale Tettamanzi alla messa in Duomo

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Don Luigi Giussani  Don Luigi Giussani

E’ ancora il testo sacro a scrivere: “Nella parentela con la sapienza c’è l’immortalità e grande godimento vi è nella sua amicizia e nel lavoro delle sue mani sta una ricchezza inesauribile e nell’assidua compagnia di lei c’è la prudenza...”. Ma questo è possibile ad una precisa condizione: quella di riconoscere che la sapienza non è da noi, ma da Dio, è frutto non della nostra intelligenza ma di un’elargizione libera e gratuita di Dio, non è nostra conquista bensì dono del Signore. Com’è chiaro il testo biblico: “Andavo cercando di prenderla (questa sapienza) con me. Sapendo che non avrei ottenuto la sapienza in altro modo, se Dio non me l’avesse concessa – ed è già segno di saggezza sapere da chi viene tale dono – mi rivolsi al Signore e lo pregai: ...mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito”. Chi dunque o che cosa può ridestare in noi il desiderio, l’aspirazione, il bisogno di una sapienza che ci apra al vero senso del vivere e dell’amare, del lavorare e del riposare, del soffrire e del morire?

La mancanza di conoscenza e condivisione di questo “senso” fondamentale è il problema culturale primo e decisivo per il nostro presente e il nostro futuro. La risposta a questa insostenibile carenza non può essere che una persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile: Cristo Gesù, lui la sapienza di Dio fatta carne, fatta carne crocifissa. Così l’apostolo Paolo sente e vive la fede che ci unisce a Cristo, così la presenta nella sua predicazione. Ai cristiani di Corinto dice: “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio... Grazie a lui (Dio) voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione...” (1 Cor 1,23-24.30). E può concludere, nel segno di una grande gratitudine e gioia: “L’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”(1 Cor 2,15- 16).

Carissimi, rendiamo grazie al Signore che con la fede ci ha infuso la sua sapienza, ci ha donato il “pensiero di Cristo”, ossia la possibilità di guardare, conoscere, valutare e giudicare la realtà – l’uomo, il mondo, la storia – con l’occhio e la mente di Cristo. Lui stesso, il suo Vangelo, la sua Chiesa, sono per noi i criteri interpretativi della realtà. Sono i criteri tipici di chi vuole essere discepolo, credente. Sono criteri del tutto originali che assumono, confermano, purificano ed elevano i dati che ci vengono dalla nostra ragione umana. Vivere assumendo il “pensiero di Cristo” ci rende liberi e coraggiosi di fronte a tutti e a tutto e, proprio per questo, evangelicamente protagonisti responsabili. Questa è la fede cristiana, questo è l’orizzonte nel quale si situano tutte le nostre decisioni, scelte, azioni: in una parola la nostra presenza nella Chiesa e nella società. Sto ripetendo a me e confidando a voi una convinzione che mi sta a cuore e che insieme desideriamo rendere sempre più luminosa come testimonianza credibile ed incisiva nel momento storico che stiamo vivendo. Noi tutti intuiamo la ricchezza di grazia e di responsabilità della fede cristiana.




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