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DON GIUSSANI/ L'omelia del Cardinale Tettamanzi alla messa in Duomo

Pubblicazione:martedì 1 marzo 2011

Don Luigi Giussani Don Luigi Giussani

Per crescere ancora in questa consapevolezza riascoltiamo quanto Giovanni Paolo II nel 1984, nel trentennale della nascita del movimento di Comunione e Liberazione, diceva: “Gesù, il Cristo, colui in cui tutto è fatto e consiste, è quindi il principio interpretativo dell’uomo e della sua storia. 3 Affermare umilmente, ma altrettanto tenacemente, Cristo principio e motivo ispiratore del vivere e dell’operare, della coscienza e dell’azione, significa aderire a lui, per rendere presente adeguatamente la sua vittoria sul mondo. Operare perché il contenuto della fede diventi intelligenza e pedagogia della vita è il compito quotidiano del credente, che va realizzato in ogni situazione e ambiente in cui si è chiamati a vivere. E in questo sta la ricchezza della vostra partecipazione alla vita ecclesiale: un metodo di educazione alla fede perché incida nella vita dell’uomo e della storia. [...] L’esperienza cristiana così compresa e vissuta genera una presenza che pone in ogni circostanza umana la Chiesa come luogo dove l’evento di Cristo [...] vive come orizzonte pieno di verità per l’uomo. Noi crediamo in Cristo, morto e risorto, in Cristo presente qui ed ora, che solo può cambiare e cambia, trasfigurandoli, l’uomo e il mondo” (Roma, 29 settembre 1984).

Cristo non è venuto per farsi servire, ma per servire. Prendendo di nuovo spunto dal testo biblico della Sapienza desidero soffermarmi su un secondo aspetto. Rivolgendosi al Signore, il re Salomone dice: “La sapienza sa quel che piace ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti”. Che cosa piace agli occhi di Dio, quali sono i suoi decreti? La risposta ci viene dalla pagina evangelica di Matteo (10,35-45). I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, pongono una richiesta a Gesù: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E Gesù: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Folgorante è la replica di Gesù e inatteso il suo interrogativo: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?”. L’allusione è chiarissima: è conforme al pensiero di Dio, ai suoi pensieri, alla sua volontà il dono totale di sé che si manifesta in modo sommo nella passione e nella morte di Gesù. Non è invece lo stile mondano del potere e della gloria. Sì, il servizio, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano. Giacomo e Giovanni con la loro richiesta interpretano in modo erroneo la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che – secondo il Maestro – deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni.

La logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l’evangelista, contagia anche “gli altri dieci” apostoli che “cominciarono a indignarsi con 4 Giacomo e Giovanni”. Si indignano, perché invidiosi, perché condividono la stessa logica del potere e della gloria. E questo dà modo a Gesù di “chiamarli a sé”, quasi uno stringerli a sé come un corpo unico e indivisibile con lui: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, sfruttamento e benevolenza, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti anche oggi si confrontano nella cultura e nella società. Nessun dubbio sulla logica scelta da Cristo: lui non si limita a indicarla con la parola al discepolo di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne.

Spiega infatti: “Anche il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti”. Noi siamo qui a pregare perché l’esempio, anzi il dono totale di sé di Cristo sulla croce sia in noi principio, stimolo e forza per una “fede che opera nella carità”. Sì, ci è chiesto perentoriamente di operare, di intraprendere, di far fruttificare i talenti che la natura e la grazia ci offrono, di saper incidere nella molteplice realtà sociale e culturale e politica, di essere protagonisti dello sviluppo integrale dell’uomo e del mondo... ma tutto questo sempre e solo “in Cristo”, operando con la sua logica e non quella del mondo, illuminati dalla fede e vivificati dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore.

Quell’“in Cristo” dice la spiritualità che deve alimentare tutto di noi stessi: i nostri pensieri e sentimenti, le nostre scelte e azioni, il nostro silenzio e la nostra parola, il momento della gioia e quello della sofferenza, il successo e la fatica. La parola di Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20) è stata così commentata da papa Benedetto XVI nel suo discorso al Convegno di Verona: “E’ stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il battesimo, e io continuo a esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, ‘aperto’ mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così ‘uno in Cristo’ (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. ‘Io, ma non più io’: è questa la formula 5 dell’esistenza cristiana... la formula della ‘novità’ cristiana chiamata a trasformare il mondo” (19 ottobre 2006).


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