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CROCIFISSO/ Carozza (Notre Dame): ora l'Europa assomiglia un po' di più agli Usa

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«Vocazione pluralistica» è un’espressione così giusta che più che alla realtà, esprime un compito. Se riflettiamo sui grandi principi dei diritti umani, dell’etica pubblica e della dignità umana, la capacità di cercare e trovare un compromesso rispettoso del pluralismo e dei grandi principi universali, è forse il più grande dono dell’Europa al mondo. In altri termini, dire che c’è una dignità umana universale e che l’uomo va rispettato in ogni contesto e in ogni cultura, non implica un’uniformità assoluta nemmeno nell’applicazione in concreto di questi grandi principi morali. Se l’Europa, per la sua cultura, non è in grado di bilanciare queste due tendenze, non lo può fare nessun altro.

 

Un simbolo a valenza identitaria come il crocifisso, con quale giustificazione potrà in futuro essere collocato nello spazio pubblico se quel valore smetterà di essere identitario?

 

Innanzitutto non possiamo prescindere dall’importanza della storia. Ogni popolo è sempre legato alla sua storia e non solo alla sua attualità. Come ha detto nella sua opinione separata il giudice maltese Giovanni Bonello - forse la più bella che io abbia letto di un giudice di Strasburgo - la convenzione europea non ci obbliga ad un «Alzheimer storico», collettivo. Gli aspetti di una cultura non si possono astrattamente separare dalla storia di un popolo. Non solo. C’è anche un’altra cosa da considerare, ed è che sempre, il diritto, prima o poi, segue l’esperienza.

 

Cosa intende dire?

 

Glielo spiego con un aneddoto. La mia professoressa Mary Ann Glendon racconta spesso un fatto che le capitò negli anni 70, quando insegnava alla Law School del Boston College (un’istituzione gesuita, ndr). Un giorno alcuni docenti non cattolici tolsero tutti i crocifissi dalle aule. Lei dice che la cosa più interessante non era quest’ostilità, ma il fatto che nessuno ebbe obiezioni o disse nulla. Suo marito, che è ebreo, le diceva: «ma perché nessuno di voi cattolici lo difende? Se fossimo in una università ebraica e si fosse trattato della stella di David, tutti avremmo protestato...». Allora questo è il problema: anche se la sentenza della Corte è una vittoria giuridica, è solo la millesima parte del lavoro culturale che si deve fare per “difendere” il crocifisso.



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