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ANGELO BAGNASCO/ Il testo della prolusione del presidente della Cei all'apertura del Consiglio Episcopale

Il cardinale Bagnasco all'apertura del Consiglio Episcopale, foto Ansa Il cardinale Bagnasco all'apertura del Consiglio Episcopale, foto Ansa

Ci piace – particolarmente in questo tempo – pensare alle nostre parrocchie come a palestre dello Spirito, dove non si gestiscono burocraticamente incontri ed impegni, ma avvengono miracoli perché si cerca il Signore, ci si imbatte con il suo sguardo, ci si sente raccolti nella sua mano, e se ne ricava la vita trasformata, non più sottomessa al conformismo o sofferente per il giudizio altrui. Ai nostri amati Sacerdoti – che, in questo tempo e in varie parti, sappiamo essere impegnati nella benedizione delle famiglie - diciamo grazie per ciò che sono e per quel che sempre di più, nonostante l’età e il numero più contratto, assicurano alle loro comunità. Il mistero di Dio che in ogni comunità si celebra, i beni spirituali che si «amministrano», a cominciare dal perdono cercato anche nel sacramento della Penitenza, la preghiera cui si partecipa, l’accoglienza e le altre virtù che si coltivano, ci consentono di scorgere nell’ordinarietà della vita pastorale non una distesa polverosa di gesti ripetitivi, ma un campo seminato a Grazia, dunque quanto mai vitale e dinamico, perché aperto sul futuro, al Signore che sempre viene. Convertirsi, cambiare vita è verbo tra i più nobili, impegno tra i più alti, premessa la più affidabile. Vorremmo dire ai nostri connazionali che qui, a questo livello, sta anzitutto il contributo alla vita sociale a cui i credenti tengono di più, che sentono più intensamente e che meglio esprime il senso e il fervore delle loro intenzioni.

2. È noto come la nostra Conferenza abbia voluto per tempo esprimere la convinta e responsabile partecipazione della comunità ecclesiale all’evento del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e ciò in spirito di leale collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese tutto. Sentivamo il dovere, come Vescovi, di dare pubblica attestazione del sentimento genuino e forte che lega la Chiesa, da duemila anni pellegrina su questo territorio, alla collettività italiana e alla forma statuale e nazionale che essa ha voluto darsi ad un certo punto della sua storia. E la solenne Eucaristia, vissuta il 17 marzo nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, concelebrata insieme ai Presidenti delle Conferenze episcopali regionali e da vari Confratelli, questo ha inteso affermare alla presenza del Capo dello Stato e delle massime Autorità della Repubblica. Non dunque un gesto di concordismo vago e sfuocato, ma l’atto che «racchiude tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo» (Presbyterorum Ordinis, n. 5) che, offrendosi al Padre quale vittima di espiazione ed intercessione, diventa pane vivo spezzato per gli uomini, in tal modo invitati a offrire – assieme a Lui – anche se stessi a bene dell’intera comunità umana. In quella Eucaristia, infatti, abbiamo inteso raccogliere le intenzioni dei credenti e, in un certo senso, dell’intero Paese, portando all’Altare il pentimento per i nostri peccati, i nostri ritardi, le nostre omissioni; e insieme la nostra offerta di grazie per la vocazione singolare che il Signore Iddio, nella sua provvidenza, ha inteso assegnare a questa terra benedetta e per i talenti elargiti alla Nazione nell’intero arco della storia. In particolare per l’unità raggiunta 150 anni or sono e da allora perseguita, tra alterne vicende eppure con partecipato impegno, fino ad oggi. Ringraziarlo altresì per il comune sentire cristiano, come per i molteplici scambi e le concrete esperienze di fraternità che assai prima del 1861 hanno tenuto insieme l’Italia quale realtà unica, e non solo per la sua configurazione geografica; e per le innumerevoli storie di dedizione laicale e sacerdotale, per le decine e decine di istituti religiosi, per le associazioni e i movimenti che, sorti dal popolo, hanno dal basso ordito il tessuto che ci mantiene uniti. E ancora lo si è ringraziato per quanti – civili e militari – hanno lungo i secoli dato la propria vita per la libertà e il riscatto del popolo italiano: per la loro eterna beatitudine supplichiamo il Signore. Abbiamo infine rinnovato l’impegno a servire l’Italia, e ad amarla nel disinteresse di parte e secondo l’esclusiva ottica del vero bene comune. Amarla ridestando l’attenzione verso i capisaldi della sua cultura, chinandoci specialmente sugli abitanti più deboli e sulle fasce di popolazione più bisognosa, e dedicando ancora le energie migliori a quel compito dell’educare che è trasmissione di vita e di visione. Il Messaggio che il Santo Padre ha, per l’occasione, indirizzato al Presidente della Repubblica, onorevole Giorgio Napolitano, è un dono per tutti e rappresenta un contributo significativo alla rilettura del processo unitario, inteso «non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo» e alla quale il cristianesimo «ha contribuito in maniera fondamentale».

Un auspicio vorremmo esprimere per il tempo che ora si apre. E riguarda quel sentimento di consapevole solidarietà che non può non legare tra loro anzitutto i cittadini della stessa nazione. Pare a noi infatti – e lo esprimiamo quasi sottovoce - che negli ultimi decenni questo sentimento sia andato affievolendosi, diventando vieppiù esile e a momenti quasi impalpabile. Come se dovesse essere fatale, ad un certo punto, lasciarsi anche noi prendere da quella sindrome degli “arrivati”, secondo cui una volta che è stata raggiunta una certa soglia di benessere e sicurezza, debba venir meno la buona tensione che ci fa essere vigili per non perdere proprio i valori che concorrono oggi a darci un volto, e in passato hanno fatto la nostra storia. E per non allentare quella capacità di sacrificio al fine – quei valori – di custodirli e alimentarli. Siamo preoccupati per ciò che sta producendo quell’idea di individualismo secondo cui il singolo si sente come chi non deve nulla ad alcuno e non ha relazioni impegnative verso gli altri, quasi fosse senza genealogia e non sentisse alcuna responsabilità generativa verso il domani. Per quanto si tenti anche con sforzo culturale onesto di riscattarlo, l’individualismo odierno - una volta entrato in commistione con la spinta narcisistica - non può non contorcersi in una versione anti-sociale. Così temiamo abbia ragione chi osserva che è oggi in gioco «un intero paradigma antropologico», quello costruito su «una relazione feconda di umanità», feconda anche di figli e di opere, «che ha il senso della provenienza e guarda avanti, perché sa che la vita si conserva solo trasmettendosi, generando e rigenerando l’umano in tutte le sue dimensioni» (Francesco Botturi, Avvenire, 20 gennaio 2011). Si comprende, tra l’altro, il motivo per cui il nostro Comitato per il Progetto culturale abbia, insieme a noi, identificato nella rarefazione demografica il tema che merita di essere considerato nell’occasione del suo prossimo Rapporto. Se vuole un suo domani, l’Italia non può non battersi per fronteggiare le derive dell’individualismo più esasperato e radicale, come non può affidarsi solamente alle relazioni di solidarietà e fecondità riscontrabili, per fortuna, tra gli immigrati.