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ANGELO BAGNASCO/ Il testo della prolusione del presidente della Cei all'apertura del Consiglio Episcopale

Pubblicazione:lunedì 28 marzo 2011

Il cardinale Bagnasco all'apertura del Consiglio Episcopale, foto Ansa Il cardinale Bagnasco all'apertura del Consiglio Episcopale, foto Ansa

3. Molte delle comuni preoccupazioni, in questi ultimi mesi, sono state assorbite dai fatti che stanno interessando i Paesi del Nordafrica. Eventi che neppure gli analisti più avveduti avevano previsto, si sono succeduti in quella regione, rivelandosi uno come miccia dell’altro. Dapprima la Tunisia, poi l’Algeria, quindi l’Egitto e infine, ma non ultima, la Libia. In sostanza, tutti i Paesi situati sulla costa africana del Mediterraneo, non escluso il Marocco, sono stati in un modo o nell’altro toccati quando non sconvolti da moti insurrezionali popolari, che hanno prodotto esiti per ogni situazione diversi, e comunque tuttora provvisori, perché suscettibili di evoluzioni imprevedibili come il caso libico drammaticamente dimostra. Oltre che nelle Nazioni citate, si sono registrate turbolenze in almeno un’altra decina di Paesi, coincidenti perlopiù nella penisola arabica a cominciare dallo Yemen, ma anche in Giordania e specialmente in Siria. Al Vescovo di Tripoli, S.E. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, ho avuto l’opportunità di esprimere personalmente – via telefono – la vicinanza dell’Episcopato italiano e delle nostre comunità: la preghiera fervente e operosa accompagna non solo i cattolici e i cristiani di quel Paese, ma tutto il popolo della Libia e oltre. Ci si è molto interrogati sull’incubazione - occulta o meno - di queste vicende, nello sforzo di individuare l’evento-detonatore in una o l’altra delle turbolenze precedenti, ma certo dovendo ammettere, da parte delle opinioni pubbliche dell’Occidente, un evidente deficit di conoscenza circa la situazione interna ai vari Paesi. In realtà, per registrare esiti tanto vasti e partecipati, deve aver a lungo covato qualche febbre non irrilevante, senza che sollevasse tuttavia particolari allarmi. Eppure, viene detto oggi, qualche crepitio si sarebbe potuto cogliere se si fosse tenuto lo sguardo rivolto sulla vitalità dei popoli più che sull’immobilità dei regimi; se si fosse stati disposti a considerare gli indici antropologici più decisivi di quelli politici. I tempi di emersione possono risultare più o meno lunghi, incerti e travagliati, ma l’aspirazione umana alle libertà fondamentali, al riconoscimento della dignità personale, prima o poi emerge nella coscienza dei singoli e dei popoli, sospingendo su percorsi non sempre univoci e ad esiti non ovunque corrispondenti a quelli auspicati. L’andamento tendenzialmente pacifico che, per impronta dei cittadini, le manifestazioni avevano all’inizio assunto, ha indotto a sperare che il mutamento potesse compiersi al riparo dalla violenza. Oggi questa illusione sembra venuta meno. In ogni caso, l’intreccio tra emergenze concretissime, obiettivi politico-ideologici ed interessi economici, rende il quadro generale non solo complesso e complicato, ma anche confuso. Nel frattempo, di evidente ed indubitabile c’è a tutt’oggi il patire di tanta povera gente! E non ci si può non rammaricare per il ricorso alla forza che, contrapponendo tra loro i figli poveri di uno stesso popolo e di uno stesso continente, provoca dolore più grande e lutti – se possibile – ancora più drammatici. L’invocato e improvviso intervento internazionale - ideato sotto l’egida dell’Onu e condotto con il coinvolgimento della Nato - ha fatto sorgere interrogativi e tensioni. Ci uniamo alle accorate parole che il Santo Padre in più occasioni ha espresso di solidarietà a quelle popolazioni e di auspicio per un immediato superamento della fase cruenta: ad intervento ampiamente avviato, auspichiamo che si fermino le armi, e che venga preservata soprattutto l’incolumità e la sicurezza dei cittadini garantendo l’accesso agli indispensabili soccorsi umanitari, in un quadro di giustizia. Noi crediamo che la strada della diplomazia sia la via giusta e possibile, forse tuttora desiderata dalle parti in causa, premessa e condizione per individuare una “via africana” verso il futuro invocato soprattutto dai giovani. Ma anche per evitare possibili spinte estremiste che avrebbero esiti imprevedibili e gravi.

4. Cosa fare, dinanzi a simili rivolgimenti? Se l’interrogativo trascende per buona parte le nostre competenze, siamo però, oltre che Pastori, anche cittadini di questa Italia che si distende come una propaggine singolare al centro del Mediterraneo, tornato ad essere nevralgico per equilibri pacifici nel mondo. Tempo addietro ci trovammo ad osservare come la lingua di terra chiamata Italia sia naturalmente disposta a ponte verso altri continenti e altri popoli. Quasi che neppure i particolari in essa siano a caso e tutto concorra a determinare una vocazione specifica di questa terra e della nazione che in essa risiede. Ed è ciò che oggi torniamo a dire ai nostri concittadini: non ci è consentito di disinteressarci di quel che avviene fuori di noi, nelle coste non lontane dalle nostre. È un’illusione pensare di vivere in pace, tenendo a distanza popoli giovani, stremati dalle privazioni, e in cerca di un soddisfacimento legittimo per la propria fame. Coinvolgerci, e sentirci in qualche modo parte, rientra nell’unica strategia plausibile dal punto di vista morale ma - riteniamo - anche sotto il profilo economico-politico. L’interdipendenza è condizione ormai fuori discussione ed essa si fa ancora più cruciale e ineluttabile in forza delle vicinanze geografiche. Che però, nel nostro caso, riguardano l’Italia alla stessa stregua con cui riguardano l’Europa, di cui siamo parte: i confini costieri della prima infatti coincidono con i confini meridionali della seconda. L’emergenza dunque è comunitaria, e va affrontata nell’ottica di destinare risorse per uno sforzo di sviluppo straordinario, che non potrà non raccogliere poi benefici in termini di sicurezza complessiva. Continuare a ritenere interi popoli poveri come fastidiosi importuni non porterà lontano. Essi domandano, a loro modo, di partecipare alla fruizione dei beni materiali, mettendo a frutto la loro capacità di lavoro, e intanto chiedono ciò che finora non hanno potuto produrre. Nei nuovi scenari, è un’illusione riuscire a piantonare le coste di un continente intero. È l’ora dunque di attuare quelle politiche di vera cooperazione che sole possono convincere i nostri fratelli a restare nella loro terra, rendendola produttiva. Non si diceva forse, nel momento in cui ci si preparava a far fronte alla crisi economica internazionale, che sarebbe stata l’occasione per ridefinire le priorità e le scale di valore, in ordine alle scelte strategiche?

L’Italia ha esigenze di sicurezza e di stato sociale che non può disattendere e vincoli di compatibilità economica che pure vanno rispettati. Dinanzi alla nuova emergenza, ci si sta muovendo tra comprensibili difficoltà e qualche resistenza, al fine di offrire una prima accoglienza a quanti arrivano dall’Africa. Ma per predisporre soluzioni minimamente adeguate per gli sfollati, i profughi o i richiedenti asilo c’è bisogno, oltre che dell’apporto generoso delle singole Regioni d’Italia, anche della convergenza dell’Europa comunitaria, chiamata a passare – come giustamente si è detto – da una «partnership della convenienza» a quella della «convivenza». Tutta l’Europa è - non da oggi - in debito verso l’Africa, e deve ora operare per non rendere fallimentari gli sforzi di questi popoli in cammino verso approdi più democratici e rispettosi dei diritti dell’uomo. Bisogna avere l'intelligenza della storia, e un senso del dovere commisurato alla svolta in atto al fine di corrispondere immediatamente alle sfide in maniera concreta e attraverso misure confacenti. Quale sarà il traguardo di tanti fratelli e sorelle in umanità, esso beneficerà o danneggerà tutti. Come Chiesa, con l’umiltà dei nostri mezzi, siamo già in campo, e in particolare attraverso la Caritas Italiana si stanno rinforzando gli aiuti alle Caritas del Nordafrica, si sostiene una presenza fissa nei principali campi di raccolta, e si dà appoggio alle strutture delle Diocesi più esposte. Una particolare, fraterna vicinanza la vogliamo esprimere all’arcivescovo di Agrigento, S.E. Mons. Francesco Montenegro, che ha la cura pastorale dell’isola di Lampedusa, avamposto sospirato di tanti profughi. È noto che gli immigrati colà superano ormai la popolazione locale determinando - involontariamente - una condizione di generalizzato, profondo disagio. L’attività lavorativa della piccola comunità rischia di finire seriamente compromessa, tra le crescenti preoccupazioni delle famiglie. Nell’esprimere cordiale ammirazione per la generosità e il senso dell’accoglienza che da sempre contraddistingue la popolazione lampedusana, chiediamo ai Responsabili un ulteriore sforzo perché, avvalendosi di tutti gli strumenti anche comunitari, si dia sollievo all’isola e ai suoi abitanti. Non devono infatti sentirsi soli.

Si ha conferma che la stragrande maggioranza di coloro che arrivano sono giovani, al pari di quanti, attraverso le immagini della televisione, si sono visti e si vedono manifestare nelle piazze. In tal modo si profila un sottile problema di interfaccia tra coloro che, vogliosi di vita, spingono per entrare e la vecchia Europa che tenta di difendere i propri bastioni. Ma proprio qui si annida anche, sotto il profilo culturale, la carica più dirompente di questa emergenza.

 


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