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Cronaca

ANGELO BAGNASCO/ Il testo della prolusione del presidente della Cei all'apertura del Consiglio Episcopale

Il cardinale Bagnasco all'apertura del Consiglio Episcopale, foto AnsaIl cardinale Bagnasco all'apertura del Consiglio Episcopale, foto Ansa

5. Non possiamo tacere il nostro dolore per le vittime che si sono registrate, tra la popolazione copta dell’Egitto, in scontri successivi alla caduta del regime. In ciò, il dopo Mubarak non si è presentato per ora troppo diverso dalla precedente situazione, nonostante gli incoraggianti segnali di condivisione raccolti durante le manifestazioni di piazza. L’esito peraltro del referendum che lì già si è svolto induce a molta prudenza. A ciò vanno aggiunte le condizioni di abbandono in cui restano i cristiani dell’Iraq, ai quali vengono talora fatte promesse, senza che si esplichi poi alcuna concreta tutela. Lo stesso dicasi per il Pakistan, dove grande impressione ha suscitato l’attentato nel quale è rimasto ucciso il ministro per le minoranze religiose Bhatti, un cristiano ora martire che si era a lungo impegnato per abrogare le leggi discriminatorie, di cui la più drammaticamente nota è quella sulla blasfemia, a causa della quale è a rischio anche la vita di Asia Bibi. Realmente non si riesce a comprendere come un Paese grande e importante come il Pakistan possa tollerare una situazione di illegalità tanto clamorosa e pesante. L’episcopato pakistano ha pronunciato parole ferme e inequivocabili, e solidarietà forte ed esplicita è stata assicurata dal Papa, che ha parlato dell’atto proditorio come di «commovente sacrificio» (cfr Saluto all’Angelus, 6 marzo 2011). Ci uniamo anche noi a quella Chiesa che soffre e con lei intendiamo batterci perché nel mondo non si debba più piangere e morire a motivo della propria fede religiosa. Resta questo l’indicatore più credibile per lo sviluppo civile e sociale di una nazione. Non ci stancheremo di lavorare per un’educazione al dialogo e al rispetto, mentre continuiamo a condividere l’apprensione di Benedetto XVI per le tensioni interreligiose palesatesi in diversi Paesi dell’Asia e dell’Africa (cfr ib), implorando – come si è fatto comunitariamente domenica 13 marzo – misericordia per le vittime e per tutti riconciliazione, giustizia e pace. Dopo una titubanza incomprensibile quanto amara, e grazie al marcato impegno del nostro governo, l’Unione Europea ha finalmente condannato le discriminazioni religiose e gli attacchi condotti anche contro i cristiani. Bisogna ora che ci si batta in ogni sede internazionale per rendere, di conseguenza, inaccettabili le politiche che umiliano i cittadini, schiacciando ciò che nell’uomo è più sacro. È questo il crinale che, con più precisione, segna avanzamento o regressione sulla frontiera fondamentale dei diritti dell’uomo. Sullo scenario comunitario un rilievo marcatissimo viene ad assumere la sentenza emessa dalla Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo che si è pronunciata sul ricorso presentato dall’Italia per la condanna - subita nel 2009 - a proposito dell’esposizione del crocifisso nelle scuole statali. E ciò pur riconoscendo che la scuola pubblica è, nel nostro Paese, aperta a tutti, senza discriminazioni di sorta. Un pronunciamento che da una parte riconosce come ogni Paese abbia il diritto di assegnare il giusto rilievo alla propria tradizione religiosa che è un fattore vivo, con un ruolo pubblico da svolgere. Dall’altra lascia intendere che il simbolo religioso non comporta in sé una lesione dei diritti. Ed è, anzi, elemento integrante l’identità italiana e dunque, a questo punto, anche europea.

Alla scuola dei Papi, la Chiesa non cessa di gettare ponti rispetto al baratro delle ingiustizie e delle mortificazioni che ancora affliggono fin troppi popoli. La sua è una preoccupazione che non alza bandiere, e non conosce secondi fini: unicamente sollecita la società ad aprirsi alla tolleranza e alla convivenza. Ognuno di noi, insieme ai nostri fedeli, è chiamato a vivere all’altezza della testimonianza di sangue di tanti nostri fratelli sparsi nel mondo.

Nel corso dell’inverno, e in ragione delle rigide temperature stagionali, ci sono stati alcuni episodi luttuosi che hanno visto amaramente soccombere persone disagiate che avevano cercato rifugio in siti di fortuna. Si sa che non è sempre facile intervenire nelle situazioni di disagio in modo efficace e risolutivo, e tuttavia questo non basta per arrendersi, per non tentare di farsi carico fino allo spasimo di ogni singola vita, mai tanto emarginata da essere compatibile con l’abbandono inesorabile. Analogamente occorre dire per i quattro bambini che, alla periferia di Roma, hanno trovato la morte nel rogo della loro baracca, in un campo Rom. L’episodio – ha osservato il Papa – «impone di domandarci se una società più solidale e fraterna, più coerente nell’amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto» (Saluto all’Angelus, 13 febbraio 2011). È un interrogativo che nessuno potrà permettersi di scrollarsi facilmente di dosso. Così, la circostanza non poteva non riproporre l’annoso tema dell’accoglienza, nella nostra società e nelle nostre città, delle popolazioni Rom, che non possono essere percepite come uno sorta di scarto razziale dell’evoluta Europa. Esperienze illuminanti – in cui lo Stato e gli Enti locali convergono con l’associazionismo privato-sociale – ci avvertono che un inserimento, attraverso piani graduali di accompagnamento, con tappe successive e successivi controlli sul versante della legalità, è possibile. Occorre che nei diversi territori si sappia prendere l’iniziativa, e si tratti per definire i termini di uno scambio in cui si equilibrano diritti e doveri reciproci.

6. Quanto finora richiamato, ci suggerisce di mettere a fuoco quel senso del disagio che qua e là dà prova di nascondersi nelle pieghe profonde del Paese. Nessuno può negare che delle ragioni ci siano e vadano affrontate con l’apporto intelligente, propositivo e onesto di tutti. Avere in mente solo se stessi e la propria parte, anziché il Paese, significa tradire il Paese. Ma vorremmo, altresì, scongiurare tutti affinché il senso diffuso di malessere non intacchi la fiducia della nostra gente verso le proprie capacità, la propria cultura, verso l’Italia stessa e i suoi destini. Qualcuno parla addirittura di un possibile cedimento strutturale della “casa comune”. Un contributo non irrilevante a tale lettura, a tratti depressiva, pensiamo provenga da certa rappresentazione mediatica che tende a esasperare episodi marginali, mentre tace di altri ben più importanti o rende invisibili le realtà positive di cui l’Italia è ricca. A volte il sensazionalismo o la spettacolarizzazione creano una specie di “inquinamento ambientale”.

Si tratta naturalmente di meccanismi complessi, che si influenzano a catena, ma ciò non può costituire una scusante al fine di trascurare l’impatto dei fenomeni mediatici sulle persone, sui giovani in particolare, e però non solo loro. Ci deve essere la percezione delle soglie da non superare, pena ottenere guasti superiori all’immediato guadagno. È troppo importante e vitale che il Paese accetti di riconoscersi – non come un fatto solo stagionale - in un quadro di valori sostanziali, che sarebbe poi autolesionismo accantonare per esigenze opportunistiche. Il concetto di etica pubblica, per potersi strutturare e poter reggere all’urto degli eventi, ha bisogno di radicarsi in una consapevolezza: il bene non coincide con i desideri personali, ma possiede una propria, austera oggettività. L’etica senza un proprio contenuto, autonomo dai gusti soggettivi, infiacchisce e certo non consolida le coscienze. Il bene esiste, e a partire da questa fondante esperienza trovano spiegazione l’ethos di riferimento, ma anche il criterio obbligante e la cura sapiente di sé, cioè la formazione del proprio essere.

La scuola – tutta la scuola – ha nell’ambito formativo un ruolo non surrogabile. Essa infatti non può limitarsi a riprodurre al proprio interno i tratti del clima culturale più diffuso, acconsentendo magari alle derive del tecnicismo didattico o alle lusinghe del potente mercato di verità solo relative. Gli Orientamenti Pastorali del nuovo decennio, che la Chiesa italiana si è data, ricordano che il carattere pubblico - che connota tutta la scuola - «non ne pregiudica l’apertura alla trascendenza e non impone una neutralità rispetto a quei valori morali che sono alla base di ogni autentica formazione delle persone» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 46). E dunque, nel contesto pluralista odierno la comunità cristiana, fermando il proprio sguardo grato sui «costruttori di vita buona» all’opera nei plessi e nelle aule scolastiche, auspica un’«alleanza educativa» tra quanti, affiancando i genitori, si spendono per la crescita intellettuale, morale e umana delle nuove generazioni.

7. L’Italia ha un estremo bisogno di ricomporsi, quasi raccogliendosi in se stessa e radunando le proprie energie migliori, per metterle tutte in circolo e produrre un passo in avanti, fuori dagli immobilismi come dai proclami apodittici. Non tocca a noi Vescovi suggerire spinte di tipo politico, e dunque neppure di misurare i tempi o cadenzare i passi della comunità civile. Possiamo invece ricordare a tutti le conclusioni tratte da quanto ogni giorno osserviamo: il Paese ha un insopprimibile bisogno che si parta dai dati della realtà. Non i dati incartati nell’enfasi propagandistica o, al contrario, nel catastrofismo più nero, ma i dati per quanto possibile semplici e netti. Anche da soli, sono eloquenti: sulla disoccupazione specialmente giovanile e femminile, sul differenziale tra Nord e Sud d’Italia, sulla produttività, sull’imposizione e sull’evasione fiscale, sulla corruzione e sull’amministrazione della giustizia, sull’insicurezza del territorio e sul fabbisogno energetico… Si potrebbe anche aggiungere che c’è, ad un tempo, urgenza di umiltà per potersi effettivamente piegare quanto serve sui dati della realtà stessa, che è l’unico modo per prenderli sul serio, saperli interrogare, applicarsi per istruire processi decisionali. C’è bisogno di una riflessione partecipata, al fine di scegliere e rispondere. C’è bisogno che tutti agiamo senza troppo reclamizzare e senza continuamente recriminare, avendo il gusto di stupire la comunità nazionale per il fervore dell’impegno, per la capacità di dialogo, per l’efficacia delle azioni, utilizzando al meglio tempi, spazi, occasioni. Più che di scomuniche reciproche, la collettività ha bisogno di una seria dialettica, che esalti i ruoli a ciascuno affidati dal cittadino-elettore. È a partire dall’applicazione alle urgenze congiunturali, che è preferibile recuperare – tessera dopo tessera – il mosaico di una visione, di cui pure si sente la necessità: la visione cioè di dove stiamo andando, e perché dobbiamo affrontare determinati sacrifici. In questa stagione, tuttavia, conviene farsi guidare anzitutto dal criterio della concretezza: essa dà credibilità. Capiremo allora probabilmente che una visione forte non può non includere la sola medicina capace di guarire alle radici: la vita, la sua cura, e la sua promozione. La vita cioè elevata a creazione sociale, dunque a orizzonte di cultura, di bellezza, di arte.

Per questo, cioè secondo questa chiave interpretativa, vorremmo dire una parola che inducesse l’opinione pubblica a ritenere che una legge sulle dichiarazioni anticipate di fine vita è necessaria e urgente. Si tratta infatti di porre limiti e vincoli precisi a quella “giurisprudenza creativa” che sta già introducendo autorizzazioni per comportamenti e scelte che, riguardando la vita e la morte, non possono restare affidate all’arbitrarietà di alcuno. Non si tratta di mettere in campo provvedimenti intrusivi che oggi ancora non ci sono, ma di regolare piuttosto intrusioni già sperimentate, per le quali è stato possibile interrompere il sostegno vitale del cibo e dell’acqua. Chi non comprende che il rischio di avallare anche un solo caso di abuso, poiché la vita è un bene non ripristinabile, non può non indurre tutti a molta, molta cautela? Per rispettare la quale è necessario adottare regole che siano di garanzia per persone fatalmente indifese, e la cui presa in carico potrebbe un domani – nel contesto di una società materialista e individualista - risultare scomoda sotto il profilo delle risorse richieste. È noto come il dolore soggettivo, con le possibilità offerte dalla medicina palliativa, debba al presente spaventare di meno. Piuttosto, sono i criteri di una sana precauzione a dover suggerire pensieri non ideologici ma informati a premura e tutela, e ispirati a vera “compassione”. Questa, infatti, non elimina la vita fragile e indifesa, ma la “com-patisce”, induce cioè a sopportarla insieme all’ammalato, si fa condivisione, sostegno, accompagnamento fino al traguardo terreno. In determinate condizioni, la paura più impertinente scaturisce dalla solitudine e dall’abbandono, mentre l’atteggiamento d’amore trova vie misteriose per farsi percepire e saper medicare. È qui, su questo versante massimamente precario e bisognoso, che una società misura se stessa. Questa mostra la sua umanità specialmente di fronte alla vita quando è troppo debole per affermare se stessa e potersi difendere; altresì quando concepisce la vita di ciascuno non solo come un bene dell’individuo, ma anche – in misura – come un bene che concorre al tesoro comune.

Un altro pensiero vorremmo dedicarlo alla famiglia, senza lasciarci prendere dall’ansia di apparire troppo insistenti. Crediamo di conoscere il popolo italiano: tutt’altro che prevenuto o chiuso anche nei confronti dei sacerdoti. Non si faticherà a intuire perché l’insistere ci appaia qui un dovere: non c’è di mezzo alcun tornaconto, vi è piuttosto l’interesse sommo della collettività. Alla quale – immaginiamo – dovrà pur premere che le difficoltà economiche, i problemi del lavoro e della casa, formando magari un tutt’uno con l’incertezza culturale, non diventino un ostacolo sempre più grande alla realizzazione del progetto di felicità e - ancora - di benessere che potenzialmente è ogni famiglia. Davvero è auspicabile che, fatto salvo il rispetto per la libertà personale, nessuno nell’ambito pubblico provveda a decisioni che mettano in ombra l’istituto familiare, architrave portante di ogni realistico futuro.

Concludo, venerati Confratelli, la mia introduzione al lavoro del Consiglio Permanente, con la quale – come di consueto – ho cercato di dare eco a sollecitazioni raccolte in interlocuzioni varie, preziose e degnissime. Vorrebbe ad un tempo aprire un confronto tra noi come sempre esplicito e fraterno. La vita delle nostre Chiese non ci abbandona mai, ed è regola ai nostri passi. Sui quali desideriamo l’ispirazione e la vicinanza di Giovanni Paolo II, presto beato per il gaudio del mondo. Insieme invochiamo l’assistenza di Guido Maria Conforti e Luigi Guanella, fondatori e figure impareggiabili del Risorgimento italiano e cattolico, che il Papa iscriverà nel libro dei Santi il prossimo 23 ottobre. Dall’alto ci protegga sempre Maria, Madre dolcissima.

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