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FINE VITA/ Nathanson: io, "padre" dell'aborto Usa, oggi dico che va contro la nostra libertà

Pubblicazione:lunedì 7 marzo 2011

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La Chiesa Cattolica ostacolerebbe un progresso che non è affatto un progresso! Progresso è la capacità degli esseri umani di amarsi l’un l’altro. La libertà è l’ambiente in cui noi possiamo imparare ad amarci gli uni gli altri. Senza libertà non c’è amore. Poi il progresso non è necessariamente misurato in dollari o in qualche altra unità di misura. Il progresso morale è un fenomeno statico. Se vogliamo aderire a una verità centrale e costruire intorno a essa, tale costruzione sarà più eterna di quella che potremmo ottenere spingendo una chiave di volta in qualsiasi direzione vogliamo. Il divorzio facile non è progresso, come del resto l’aborto o la contraccezione. Questo non è progresso. La parola “progresso” deve essere utilizzata con attenzione e parsimonia. Philip Wylie scrisse un libro (The Answer, 1963) dove racconta di una bomba ad idrogeno fatta esplodere senza preavviso in una isoletta del Pacifico. Gli abitanti dell’isola morirono tutti. Quando l’isola fu visitata dopo l’accaduto, trovarono una tavoletta d’oro che portava questa iscrizione “amatevi gli uni gli altri”. La dignità non è una cosa che si può perdere o guadagnare. Non puoi perderla.

 

Dottor Nathanson, cos’è la professione medica per lei?

 

Bisogna praticare la medicina con amore. I soldi sono importanti. Le assicurazioni per “malpractice”, soprattutto per certe categorie di medici come gli ostetrici-ginecologi, possono costare fino a 150 mila dollari all’anno. Io credo che il modo migliore per imparare a praticare la medicina con amore sia andare per un certo periodo in un Paese del Terzo mondo, per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione locale, perché la medicina è fatta di questo, alleviare le sofferenze. A dire la verità soffrire non è una cosa brutta. La sofferenza permette di scolpire il proprio carattere, come uno scultore scolpisce la statua dal blocco di pietra. Non possiamo eliminare la sofferenza coi soldi, le medicine o l’eutanasia. Dobbiamo fare sì che la sofferenza sia sopportabile. Ma non dobbiamo cercare di eliminarla totalmente, perché questo ci porterebbe a ucciderci gli uni con gli altri. Mi ricordo mio padre, era un ostetrico-ginecologo. Da un certo punto di vista era un uomo amabile, da un altro non lo era per niente. Lui era come ognuno di noi: complesso e incompleto. La condizione umana è troppo complessa per una soluzione finale delle nostre difficoltà.

 

(Elvira Parravicini, Veronica Bushman)



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