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J’ACCUSE/ C'è un "diritto" a morire che vuole spegnere la voglia di vivere

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Il rispetto, la dignità, la solidarietà e, soprattutto, la non discriminazione di persone, quali appunto i disabili richiedono una risposta immediata, energica e inequivocabile. La disabilità non può essere intesa come sinonimo di emarginazione, segregazione, allontanamento e fonte di afflizione, ma piuttosto deve essere accettata accolta e condivisa come tale da tutti i consociati poiché obbligo giuridico. Il principio (si badi e non un mero valore) di solidarietà, l’obbligo giuridico di soccorrere e aiutare gli incapaci, i deboli, vanno coniugati e assicurati a tutti i cittadini a prescindere dal loro stato di salute e dal grado intellettivo e/o di disabilità, non esistendo alcuna distinzione giuridica tra vite degne o non degne di essere vissute. Si è eguali perché tutti aventi pari dignità in quanto appartenenti al genere umano.

La solidarietà è sinonimo giuridico di legame, vincolo, unione, caratterizza cioè il presupposto ontologico di una “comunità”, dove chi compie atti di solidarietà e chi li riceve assumono ruoli potenzialmente interscambiabili e hanno un legame che è garantito e tutelato dallo Stato. In sostanza, il principio di solidarietà garantisce uguaglianza nel godimento dei diritti fondamentali, si badi però che non va confuso con i concetti di beneficenza e assistenza e tanto meno con l’azione del volontariato.

Questi, infatti, rispondono a un onere morale, giustificato su base emozionale, inteso come spinta verso chi, più debole, è più bisognoso. Ma tale spinta emotiva è del tutto soggettiva e può essere propria a chi, con elevata sensibilità etica e morale, si prodiga per aiutare chi non può o non può più fare da solo, ma non ha imposizione giuridica, non tutti fanno parte di associazioni di volontariato, né tanto meno sono obbligati a essere dei volontari: si contraddirebbe addirittura l’accezione del termine stesso.