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J’ACCUSE/ C'è un "diritto" a morire che vuole spegnere la voglia di vivere

Pubblicazione:giovedì 14 aprile 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Ogni cittadino italiano dovrebbe sapere che la solidarietà è allo stesso tempo un diritto e un dovere, giuridicamente inderogabile, che tutti devono rispettare, competendo poi alle istituzioni dello Stato deputate rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ponendo i “principi fondamentali” al vertice delle fonti del nostro ordinamento giuridico, ne deriva che il principio personalista caratterizza la nostra Costituzione, per cui lo Stato esiste in funzione della persona, quindi dovere primario dello Stato è consentire alla persona l’esercizio e la realizzazione dei propri diritti inviolabili. Vengono di conseguenza valorizzati e collocati al vertice della gerarchia i beni indissolubilmente legati all’individuo, tra cui la vita, la dignità, l’uguaglianza e la salute, elevando lo stesso individuo al centro dell’universo giuridico, in una prospettiva collettiva e solidale, dunque per certi versi, finanche pluralista.

Ma se tutto questo è vero, che tipo di messaggio sta arrivando agli adolescenti oggi con un dibattito tanto acceso su cosa fare dei disabili? Se fatichiamo a riconoscere in modo obiettivo il dovere di solidarietà e uguaglianza, quali principi e doveri avrà un futuro uomo e cittadino della nostra nazione e del mondo? E se un giorno il disabile grave, quel giovane lo avrà accanto, magari in famiglia, per esempio un nonno, un genitore, un fratello o un figlio, potranno essere condannate le probabili richieste di allontanamento?

La disabilità è un termine che in ogni modo deve essere scritto e letto al plurale, non esiste la disabilità come categoria univoca, se non come astrazione arbitraria da situazioni di vita che nulla hanno in comune tra loro, determinata secondo coordinate culturali con cui ognuno di noi deve fare i conti.

 

(Rosaria Elefante, Presidente Associazione Nazionale Biogiuristi Italiani)



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