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Cronaca

LA STORIA/ La mia conversione al cristianesimo vedendo Wojtyla in tv

Giovanni Paolo II durante la celebrazione di una messa (Ansa)Giovanni Paolo II durante la celebrazione di una messa (Ansa)

Io provengo da una famiglia di tradizione musulmana, ma la mia famiglia non è praticante, perché il regime comunista non permetteva di praticare nessun tipo di religione. Da quel momento, però, ho cercato in tutti i modi possibili, e in tutte le occasioni che si presentavano, di trovare informazioni che riguardavano Gesù e la Bibbia. Nel frattempo ho trovato alcuni gruppi cristiani che studiavano insieme la Bibbia e ho incominciato a frequentarli, continuando anche durante l’università.

Che esperienza ha fatto in quegli anni?

All’epoca non frequentavo le chiese: il regime comunista, anche dopo la sua caduta, aveva lasciato una mentalità diffusa per cui, al di là delle diverse religioni, chiunque aveva fede era una persona ignorante. Soprattutto nella facoltà di filosofia, cui mi ero iscritta, non era facile parlare delle mie convinzioni.

Finita l’università che lavoro ha scelto di fare?

Ho svolto diversi lavori, finché nel 2006 mi è stato proposto di fare un colloquio nella sede albanese della ong italiana Avsi. Appena entrata all’interno degli uffici ho trovato dei manifesti sulla Pasqua e mi sono detta: «Come è possibile?» E così ho iniziato a lavorare per Avsi in Albania, dove tuttora dirigo il centro di formazione “Kardinal Mikel Koliqi”, costruito con i fondi del ministero degli Affari esteri italiano.

E così ha incontrato Alberto Piatti, attuale segretario generale di Avsi, che è stato il suo padrino di battesimo.

Nel 2006 Piatti è venuto in Albania per una missione e mi ha regalato una copia de Il Senso Religioso di don Luigi Giussani. Era la prima volta nella mia vita che qualcuno mi regalava un libro cristiano, prima di allora l’unico che mi ero potuto comprare era una Bibbia piccolissima che tenevo nella borsetta.

Lei è stata anche in Italia?

Nel 2008 mi sono iscritta a un master di un anno all’Università Cattolica di Milano, e in quel periodo ho frequentato il catechismo da don Marco Barbetta, parroco di San Pio X. Ma soprattutto, ho iniziato a seguire alcuni gruppi di ragazzi cristiani, perché il catechismo lo conoscevo già bene, ma quello che contava era capire meglio come vivono i cristiani.

In che senso?

Quell’amore di cui parlava Wojtyla quando avevo 12 anni, l’ho ritrovato nelle persone, nel loro modo di fare le cose e nei loro volti.

Cosa ricorda che l’ha colpita di più?