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INCHIESTA/ Così i costi (folli) delle case cambiano il destino delle famiglie

Pubblicazione:giovedì 12 maggio 2011 - Ultimo aggiornamento:giovedì 12 maggio 2011, 9.29

Milano, ombre a Santa Giulia (Imagoeconomica) Milano, ombre a Santa Giulia (Imagoeconomica)

Che le cose fossero cambiate ce ne eravamo accorti. Ma adesso c’è l’ennesimo indice a certificarlo. Si chiama affordability index e vuole rappresentare la possibilità per le famiglie di accedere all’acquisto di un’abitazione. Al suo debutto nel Rapporto Immobiliare 2011 appena pubblicato dall’Osservatorio sul Mercato Immobiliare (Omi) dell’Agenzia del Territorio, con un calcolo retrospettivo che arriva fino al 2004, il nuovo indice calcolato dall’Associazione bancaria italiana (Abi) spiega con grafici e cifre che la percentuale di famiglie che può pensare concretamente all’acquisto di una casa (anche se non è detto che poi lo faccia) è sceso dal 62% del 2004 al 51% del 2010. L’ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la situazione non è buona e che continua a peggiorare.
Solo una famiglia su due può permettersi di pensare all’acquisto di una casa e in questa percentuale la parte del leone la fanno le famiglie che la casa ce l’hanno già. Perché l’indice non tiene conto di chi ne ha o non ha bisogno, di chi la cerca o di chi, potendoselo permettere, sta già pagando il mutuo approfittando dei tassi ai minimi. In compenso tiene conto dei prezzi, saliti, secondo l’Omi, del 30% in sei anni, che non scenderanno perché, come continuano a dirci, non c’è nessuna bolla immobiliare e quindi nessuno scoppio imminente. È un concetto che andrebbe spiegato a chi ha comprato casa appena prima dell’avvento dell’euro e oggi, a distanza di una dozzina d’anni, la rivende a più del doppio del prezzo. Guai però a parlare di speculazione. Euro o non euro, l’indice tiene conto anche del reddito delle famiglie, che, stando ai dati Istat, nel 2009 è sceso a circa 1.016 miliardi di euro dai 1.043 del 2008: la prova provata del fatto che la situazione, anno dopo anno, peggiora. Se una volta, neanche troppo tempo fa, c’era la matematica certezza di migliorare anno dopo anno e si guardava al futuro con ottimismo facendo progetti (l’acquisto della macchina, di una casa, l’accumulo di risparmi per la vecchiaia), oggi quei progetti tocca disfarli: non solo si ha la sensazione di un peggioramento economico costante, ma l’incertezza riguardo al futuro blocca anche la capacità di spesa residua.


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COMMENTI
12/05/2011 - Grazie della risposta (Vulzio Abramo Prati)

La ringrazio per l'ulteriore approfondimento, rilevo però che il documento citato nell'articolo: Rapporto sul settore residenziale 2011, parla di 80% di famiglie proprietarie, mi sembra che in generale i dati siano un po' "ballerini". Tra l'altro lo stesso documento citato segnala che dal 2008 al 2010 l'affordability index è in realtà in aumento pur rimanendo negativo rispetto al 2004, segno questo di un trend positivo. Nelle conclusioni poi, al primo punto si rileva come l'elevato grado di possesso dell'abitazione (80%) rispetto agli altri stati, e un valore dell'indice che per l'insieme della famiglie resta positivo, "fa sì che il problema si presenti, nella sua globalità, con caratteristiche non patologiche". Come vede i dati si possono leggere in vari modi e, per quanto riguarda le coabitazioni mi ricordo che negli anni '60 (purtroppo ho superato i 50 anni) erano tante le famiglie numerose con i nonni, ora mi sembrano più i nuclei di "single". Purtroppo siamo un popolo sempre più di vecchi e il pensionamento porta a una riduzione di reddito indipendente dall'andamento economico generale. Una correlazione statistica tra i dati di reddito e di età spiegherebbe secondo me meglio le cose. Cordialmente.

 
12/05/2011 - Categorie statistiche (Vulzio Abramo Prati)

Chiedo scusa ma faccio fatica a capire la logica di questa statistica: che senso ha dire che il 51% delle famiglie può pensare all'acquisto della casa quando in Italia l'85% delle famiglie è già proprietaria dell'appartamento? In effetti la statistica "non tiene conto di chi ne ha o non ha bisogno, o di chi [...] sta già pagando il mutuo". Tutte queste però sono categorie diverse e non omogenee! Diceva la mia maestra che non si possono sommare le mele con le pere, semplificando il fatto che in statistica le categorie analizzate devono essere omogeneee tra loro! Si dovrebbe invece prendere in considerazione il 15% di chi non possiede la casa, escludere da questi chi vive in case popolari, di enti, di comuni, ecc... e non è interessato all'acquisto, e solo sulla parte residua calcolare la variazione statistica. Sono sicuro che i dati risulterebbero diversi! Sono invece completamente d'accordo sul fatto che le nostre possibilità si stanno riducendo ma come diceva il Nobel Friedman: "non esistono pasti gratis". Noi oggi stiamo pagando il conto delle spese folli fatte nell'assurda convinzione che fosse possibile dare tutto a tutti, gratis, magari a fini elettorali, sostenuta da chi ci ha preceduto!

RISPOSTA:

In realtà secondo l'Istat, che annualmente pubblica il volume "I consumi delle famiglie" (l'ultimo è uscito il 5 aprile scorso), non è l'85%, ma il 74,3% la quota delle famiglie italiane residenti che vivono in una casa di proprietà. Di queste, però, il 15,9% paga un mutuo: il che significa che l'abitazione, pur essendo registrata a loro nome al Catasto, in realtà è nelle mani della banca, che potrebbe appropriarsene in caso di insolvenza dei mutuatari. Purtroppo è all'ordine del giorno. Ovviamente dire che un 62,5% di famiglie (il 74,3% diminuito del suo 15,9%) è veramente e definitivamente proprietario della casa in cui abita, libera da ipoteche, fa un effetto un po' diverso dal dire che lo è l'85% senza specificare quanti siano alla mercé dei tassi d'interesse che ora riprendono a salire. Senza contare che di questo 62,5% di famiglie "possidenti" andrebbe verificata la reale composizione del nucleo anagrafico: quanti "sottonuclei" includono? Consideriamo solo i maschi tra i 25 e i 34 anni: il 47,7% di loro vive ancora coi genitori. Quante famiglie in più dovremmo contare se avessero potuto, come i loro padri, creare un nucleo proprio, anche monocomponente? E, di conseguenza, quante case di proprietà in meno? MM