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INCHIESTA/ Così i costi (folli) delle case cambiano il destino delle famiglie

Pubblicazione:giovedì 12 maggio 2011 - Ultimo aggiornamento:giovedì 12 maggio 2011, 9.29

Milano, ombre a Santa Giulia (Imagoeconomica) Milano, ombre a Santa Giulia (Imagoeconomica)

Dopo anni di accumulo, questa è l’epoca dell’erosione: i risparmi e la previdenza (nel senso di pensione) delle generazioni passate sono la risorsa che permette a quelle presenti di concedersi “lussi” - tecnicamente, però, sono beni primari - altrimenti inaccessibili. Come mangiare, bere, dormire. E la casa, appunto, che vede imporsi nuovi modelli di convivenza basati sulla condivisione ad libitum degli spazi (paterni, s’intende) anche in presenza di consorti e figlioletti. Perché, nonostante i risparmi accumulati, non è detto che i genitori possano permettere ai figli di “prendere il volo” pagando di tasca propria l’indispensabile, nonché sostanzioso, anticipo necessario per l’acquisto di una casa. Senza contare che poi qualcuno che paghi le rate del mutuo ci deve essere. Ma chi? Il nuovo indice non lo specifica, in compenso l’idea di fondo della formula matematica che calcola l’affordability - chiamarla accessibilità avrebbe richiamato troppo l’attenzione sul problema reale - è che la casa sia acquistabile solo se la rata del mutuo, considerando quota capitale e quota interessi, non superi il 30% del reddito disponibile. Che coincidenza: è lo stesso ragionamento che fanno, senza neppure il bisogno di ricorrere a formule complicate, i diretti interessati. Che la casa, se non possono permettersi la rata del mutuo, conditio sine qua non per l’acquisto, non la comprano.
Nel mondo anglosassone si usa una formula matematica che mette in relazione i prezzi delle abitazioni e i salari per calcolare l’house freedom year, ovvero il momento in cui si potrà brindare alla fine del mutuo. In Italia non si tratta del “quando”, ma del “se”. Senza credere ai soliti luoghi comuni. Per esempio quello secondo cui le famiglie del Nord starebbero meglio di quelle del Sud. Tutt’altro: “È importante notare - si legge nel Rapporto Immobiliare - come in media le condizioni di accessibilità delle famiglie meridionali risultino migliori di quelle vigenti nelle altre due ripartizioni - Centro e Nord, ndr -, segno di come lo svantaggio reddituale sia più che compensato da più basse quotazioni immobiliari”. Al Sud si guadagna meno, ma si spende anche meno. Pure per le case: un appartamento di circa 100 metri quadrati al Sud costa mediamente 120mila euro, al Nord 180mila. Non a Milano, però, dove per una casa del genere bisogna sborsare almeno altri centomila euro.


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COMMENTI
12/05/2011 - Grazie della risposta (Vulzio Abramo Prati)

La ringrazio per l'ulteriore approfondimento, rilevo però che il documento citato nell'articolo: Rapporto sul settore residenziale 2011, parla di 80% di famiglie proprietarie, mi sembra che in generale i dati siano un po' "ballerini". Tra l'altro lo stesso documento citato segnala che dal 2008 al 2010 l'affordability index è in realtà in aumento pur rimanendo negativo rispetto al 2004, segno questo di un trend positivo. Nelle conclusioni poi, al primo punto si rileva come l'elevato grado di possesso dell'abitazione (80%) rispetto agli altri stati, e un valore dell'indice che per l'insieme della famiglie resta positivo, "fa sì che il problema si presenti, nella sua globalità, con caratteristiche non patologiche". Come vede i dati si possono leggere in vari modi e, per quanto riguarda le coabitazioni mi ricordo che negli anni '60 (purtroppo ho superato i 50 anni) erano tante le famiglie numerose con i nonni, ora mi sembrano più i nuclei di "single". Purtroppo siamo un popolo sempre più di vecchi e il pensionamento porta a una riduzione di reddito indipendente dall'andamento economico generale. Una correlazione statistica tra i dati di reddito e di età spiegherebbe secondo me meglio le cose. Cordialmente.

 
12/05/2011 - Categorie statistiche (Vulzio Abramo Prati)

Chiedo scusa ma faccio fatica a capire la logica di questa statistica: che senso ha dire che il 51% delle famiglie può pensare all'acquisto della casa quando in Italia l'85% delle famiglie è già proprietaria dell'appartamento? In effetti la statistica "non tiene conto di chi ne ha o non ha bisogno, o di chi [...] sta già pagando il mutuo". Tutte queste però sono categorie diverse e non omogenee! Diceva la mia maestra che non si possono sommare le mele con le pere, semplificando il fatto che in statistica le categorie analizzate devono essere omogeneee tra loro! Si dovrebbe invece prendere in considerazione il 15% di chi non possiede la casa, escludere da questi chi vive in case popolari, di enti, di comuni, ecc... e non è interessato all'acquisto, e solo sulla parte residua calcolare la variazione statistica. Sono sicuro che i dati risulterebbero diversi! Sono invece completamente d'accordo sul fatto che le nostre possibilità si stanno riducendo ma come diceva il Nobel Friedman: "non esistono pasti gratis". Noi oggi stiamo pagando il conto delle spese folli fatte nell'assurda convinzione che fosse possibile dare tutto a tutti, gratis, magari a fini elettorali, sostenuta da chi ci ha preceduto!

RISPOSTA:

In realtà secondo l'Istat, che annualmente pubblica il volume "I consumi delle famiglie" (l'ultimo è uscito il 5 aprile scorso), non è l'85%, ma il 74,3% la quota delle famiglie italiane residenti che vivono in una casa di proprietà. Di queste, però, il 15,9% paga un mutuo: il che significa che l'abitazione, pur essendo registrata a loro nome al Catasto, in realtà è nelle mani della banca, che potrebbe appropriarsene in caso di insolvenza dei mutuatari. Purtroppo è all'ordine del giorno. Ovviamente dire che un 62,5% di famiglie (il 74,3% diminuito del suo 15,9%) è veramente e definitivamente proprietario della casa in cui abita, libera da ipoteche, fa un effetto un po' diverso dal dire che lo è l'85% senza specificare quanti siano alla mercé dei tassi d'interesse che ora riprendono a salire. Senza contare che di questo 62,5% di famiglie "possidenti" andrebbe verificata la reale composizione del nucleo anagrafico: quanti "sottonuclei" includono? Consideriamo solo i maschi tra i 25 e i 34 anni: il 47,7% di loro vive ancora coi genitori. Quante famiglie in più dovremmo contare se avessero potuto, come i loro padri, creare un nucleo proprio, anche monocomponente? E, di conseguenza, quante case di proprietà in meno? MM