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INCHIESTA/ Così i costi (folli) delle case cambiano il destino delle famiglie

Milano, ombre a Santa Giulia (Imagoeconomica) Milano, ombre a Santa Giulia (Imagoeconomica)

E infatti il Rapporto fa saltare un altro luogo comune: “Le famiglie che vivono nei grandi agglomerati urbani non sembrano mediamente in grado di acquisire un’abitazione di proprietà secondo i parametri da noi considerati. Per tali famiglie la quota del costo della rata del mutuo sul reddito disponibile risulta costantemente superiore alla soglia del 30%”. Proprio così: chi vive in città, dove le case abbondano, si scordi di poterne comprare una. C’è qualcosa che non quadra: nelle grandi città ci si va per lavorare, crescere, migliorare la propria condizione. Ma l’equivalenza “grande città uguale lavoro” non è più valido. E l’Abi sottolinea che in media il costo d’acquisto della casa per una famiglia che vive in una grande città è almeno una volta e mezza rispetto alla media nazionale. Si parla non a caso di famiglia: il cosiddetto “monoreddito”, che una volta era sufficiente a garantire ai propri cari un’esistenza dignitosa e oggi è tragicamente scomparso a favore di un paradossale peggioramento delle condizioni di tutti, supernonni inclusi, non è contemplato. Si lavora in due, e il secondo stipendio, a volte ridicolo, quando non serve a pagare la permanenza sul lavoro della madre a suon di baby sitter e parcheggi vari (almeno per i primi anni di vita del figlio), può essere dedicato interamente al mutuo. Ma fino a quando?
Qui in Italia non c’è un house freedom year perché tra aumenti dei tassi, rinegoziazioni e surroghe per molte famiglie il mutuo è peggio dell’ergastolo. Ed è questo il punto: quanto tempo e quanti soldi occorrono per comprare una casa. Nel 1930 bastavano 20 mensilità di retribuzione per comprare una casa a Milano, nel 1965 ce ne volevano 60, 90 nel ’96 e addirittura 216 oggi.
Eppure negli anni 70 era sufficiente un solo stipendio, e per pochi anni, per avere una casa di proprietà. D’altronde allora il prezzo delle case nuove a Milano, in zona semicentrale, era di 203mila lire al metro quadrato, che rappresentano più o meno 1800 euro attuali. Oggi, Borsino immobiliare di Confedilizia alla mano, è di 5.140 euro. Diciamola tutta: qualcosa è cambiato, e non si tratta dell’inflazione, né dell’euro, ma di un mercato del lavoro che funzionava e che oggi non funziona più. Una volta perdere il lavoro significava mettersi alla ricerca di un altro lavoro, con la certezza di trovarlo. Oggi significa non rientrare più, o farlo a condizioni mortificanti. Le retribuzioni sono basse, il risparmio impensabile, il lavoro è precario anche per chi ha un contratto a tempo indeterminato e la pensione si allontana con la stessa velocità con cui si assottiglia. È il passo indietro che, per la prima volta, un’intera generazione ha fatto rispetto a quella precedente.

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COMMENTI
12/05/2011 - Grazie della risposta (Vulzio Abramo Prati)

La ringrazio per l'ulteriore approfondimento, rilevo però che il documento citato nell'articolo: Rapporto sul settore residenziale 2011, parla di 80% di famiglie proprietarie, mi sembra che in generale i dati siano un po' "ballerini". Tra l'altro lo stesso documento citato segnala che dal 2008 al 2010 l'affordability index è in realtà in aumento pur rimanendo negativo rispetto al 2004, segno questo di un trend positivo. Nelle conclusioni poi, al primo punto si rileva come l'elevato grado di possesso dell'abitazione (80%) rispetto agli altri stati, e un valore dell'indice che per l'insieme della famiglie resta positivo, "fa sì che il problema si presenti, nella sua globalità, con caratteristiche non patologiche". Come vede i dati si possono leggere in vari modi e, per quanto riguarda le coabitazioni mi ricordo che negli anni '60 (purtroppo ho superato i 50 anni) erano tante le famiglie numerose con i nonni, ora mi sembrano più i nuclei di "single". Purtroppo siamo un popolo sempre più di vecchi e il pensionamento porta a una riduzione di reddito indipendente dall'andamento economico generale. Una correlazione statistica tra i dati di reddito e di età spiegherebbe secondo me meglio le cose. Cordialmente.

 
12/05/2011 - Categorie statistiche (Vulzio Abramo Prati)

Chiedo scusa ma faccio fatica a capire la logica di questa statistica: che senso ha dire che il 51% delle famiglie può pensare all'acquisto della casa quando in Italia l'85% delle famiglie è già proprietaria dell'appartamento? In effetti la statistica "non tiene conto di chi ne ha o non ha bisogno, o di chi [...] sta già pagando il mutuo". Tutte queste però sono categorie diverse e non omogenee! Diceva la mia maestra che non si possono sommare le mele con le pere, semplificando il fatto che in statistica le categorie analizzate devono essere omogeneee tra loro! Si dovrebbe invece prendere in considerazione il 15% di chi non possiede la casa, escludere da questi chi vive in case popolari, di enti, di comuni, ecc... e non è interessato all'acquisto, e solo sulla parte residua calcolare la variazione statistica. Sono sicuro che i dati risulterebbero diversi! Sono invece completamente d'accordo sul fatto che le nostre possibilità si stanno riducendo ma come diceva il Nobel Friedman: "non esistono pasti gratis". Noi oggi stiamo pagando il conto delle spese folli fatte nell'assurda convinzione che fosse possibile dare tutto a tutti, gratis, magari a fini elettorali, sostenuta da chi ci ha preceduto!

RISPOSTA:

In realtà secondo l'Istat, che annualmente pubblica il volume "I consumi delle famiglie" (l'ultimo è uscito il 5 aprile scorso), non è l'85%, ma il 74,3% la quota delle famiglie italiane residenti che vivono in una casa di proprietà. Di queste, però, il 15,9% paga un mutuo: il che significa che l'abitazione, pur essendo registrata a loro nome al Catasto, in realtà è nelle mani della banca, che potrebbe appropriarsene in caso di insolvenza dei mutuatari. Purtroppo è all'ordine del giorno. Ovviamente dire che un 62,5% di famiglie (il 74,3% diminuito del suo 15,9%) è veramente e definitivamente proprietario della casa in cui abita, libera da ipoteche, fa un effetto un po' diverso dal dire che lo è l'85% senza specificare quanti siano alla mercé dei tassi d'interesse che ora riprendono a salire. Senza contare che di questo 62,5% di famiglie "possidenti" andrebbe verificata la reale composizione del nucleo anagrafico: quanti "sottonuclei" includono? Consideriamo solo i maschi tra i 25 e i 34 anni: il 47,7% di loro vive ancora coi genitori. Quante famiglie in più dovremmo contare se avessero potuto, come i loro padri, creare un nucleo proprio, anche monocomponente? E, di conseguenza, quante case di proprietà in meno? MM