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IL CASO/ Un figlio senza madre e quei cattivi desideri che usano la vita (per denaro)

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Perché non c’è dubbio che nessun desiderio potrebbe farsi realtà senza la compiacenza para-scientifica, anche se tecnologicamente sofisticata, di questi team. Che un uomo possa desiderare un figlio, rimpiangendo l’opportunità mancata per la morte della moglie, può anche essere espressione di quanto sia radicato nell’uomo il desiderio di paternità.
Che una giovane donna affetta da una rara sindrome di Rokintanski, per cui è nata con un apparato riproduttivo incompleto, desideri un figlio, è solo la conferma di quanto sia profondo e radicato in una donna il desiderio di maternità. Che una madre possa desiderare di dare tutta se stessa alla figlia, e dopo averle dato la vita possa desiderare perfino di darle l’utero in cui l’ha concepita e l’ha accolta quasi trent’anni prima, anche questo conferma fino a dove possa spingersi l’amore materno… Ma che qualche sedicente scienziato possa amare i suoi esperimenti al punto da infrangere una soglia che marcano insieme etica e scienza, diritto e scienze umane, solo per vedere fino a che punto possono arrivare le tecnologie di cui dispongono, questo è molto, ma molto più grave. E pone interrogativi molto seri che possono essere riassunti in una affermazione molto concreta: è lecito fare tutto ciò che tecnologicamente è possibile fare? Fino a che punto scienza e tecnica sono al servizio dell’uomo? O è possibile ribaltare questo criterio fondamentale affermando che è possibile considerare l’uomo come oggetto di sperimentazione al servizio della scienza e della tecnica?
Sono domande a cui sta diventando sempre più difficile rispondere, se si tiene conto dell’insistenza con cui da tante parti si cerca di forzare le tutele che la natura stessa ha posto a difesa della vita umana. Vorremmo che anche la nascita potesse essere guardata con quell’atteggiamento prudente di chi desidera mantenerla lontano dai rischi del nucleare, simbolicamente assunti come l’insieme delle forse distruttive che attentano alla vita, e con quella determinazione con cui abbiamo difesa l’acqua come bene comune, tanto più prezioso proprio perché comune.