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Cronaca

IL CASO/ Tra supermercato e catena di montaggio, che fine hanno fatto i medici?

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È dunque un problema di cultura e ancor prima di educazione a riscoprire da una parte un sano rapporto col proprio corpo che decade e talora non è colpa di nessuno, che non è come lo vorremmo, ma non per questo si deve pretendere il “ritocchino salvifico”. Dall’altra parte va riscoperto l’impeto del curare, messo a dura prova non solo dai pazienti che pretendono che dopo aver avuta salva la vita non resti nemmeno il ricordo dell’intervento, ma anche dal timore di essere tacciati di accanimento terapeutico, e che salvare un paziente finisca per essere additato come un danno fatto ai genitori o al neonato stesso. E dunque da rimborsare dopo anni di udienze e spese legali.

Ma, soprattutto, che si usi la parola “malasanità” quando è davvero tale: se si lucra sui ricoveri, se si incassano tangenti, se si comprano apparecchiature inutili o si spreca materiale o personale; o se c’entra la politica a farla da padrona sulle decisioni cliniche e sanitarie. Non si parli di “malasanità” per ogni errore, che in ogni professione purtroppo inevitabilmente accade. Oggi il medico è una professione in abbandono, perché i giovani hanno paura: già sono in scomparsa gli infermieri, che ancora non sono spariti grazie agli arrivi dall’estero; ma i medici gli vanno dietro a ruota, se ogni accusa si tramuta in un processo, se l’errore si tramuta automaticamente in colpa.

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