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Cronaca

LETTERA/ Caro Scalfari, basta il dottor House per scoprire il bene

Eugenio Scalfari (Foto Imagoeconomica)Eugenio Scalfari (Foto Imagoeconomica)

Ed è proprio il reale, l’esterno da noi, la vera sfida. Perché ciò che è bene ha tre premesse: riconoscere l’altro per quello che è, accettando di cambiare opinione quando necessario; accettarne tutti i fattori, senza censure; esserne interessati, attratti, coinvolti senza sentimentalismo, perché senza interessarsi non si conosce. Questo è il bene, che la medicina da secoli mostra: dare il farmaco giusto al malato è bene, perché non censura nulla, lo guarda in volto, se ne interessa. Dare un veleno è l’esatto opposto.

Per la medicina, caro Scalfari, esisteva un codice che indicava il bene: era il giuramento di Ippocrate, quello secondo cui Lei e un paziente africano o svedese avete diritto allo stesso trattamento, quello secondo cui non si deve uccidere, secondo cui se entri in casa di uno per curarlo non vai poi a raccontare fuori quello che hai visto nemmeno se i suoi nemici ti scannano. Oggi, il relativismo etico ha cambiato in apparenza poco, ma ha aggiunto a queste frasi una parolina: “dipende”. Se non c’è un bene, il tuo comportamento dipende tutto dalle condizioni o addirittura stato d’animo, tanto che il nuovo “codice” finisce col recitare, parafrasando: “Compirò ogni desiderio richiestomi dall’utenza, starò in ansia per il budget dell’ospedale, mi atterrò alle mie mansioni e solo a quelle, fino alla fine… del mio orario di servizio”.

Ha mai guardato la serie TV “House MD”? E’ la storia di un medico (ateo), che ogni giorno è alle prese con la malattia, col dolore, nella voglia indefessa di vincerli, per la certezza che esiste un modo giusto e uno sbagliato di curare, che esiste un bene e un male per il malato, tanto da attrarlo in una sfera che rasenta il paternalismo, e invece è solo passione per il reale; per quella grammatica, quel DNA che la realtà ha scritta dentro di sé.

E’ per questo che, a differenza di quanto leggiamo nel Suo articolo (“L’idea che tutto quello che ci accade sia estremamente importante è un semplice esorcismo creato da noi stessi per combattere l’idea della morte”), credo che davvero tutto intorno a noi è importante: non per una nostra pia consolazione, ma perché non possiamo non vedere che la vita dell’uomo oscilla tra due misteri, come Immanuel Kant ben illustrava: la propria piccolezza (siamo microbi invisibili sulla crosta di una piccola particella di polvere a zonzo per il cosmo) e la certezza di un peso legato alla nostra fatica e al nostro orgoglio e alla nostra felicità, che non sarebbero spiegabili solo con l’autoillusione di un briciolo di polvere.