BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ Quei giudici che discriminano i bimbi italiani per giustificare i rom

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

In realtà non è così automatico: i tempi in cui si allontanavano i bambini dai genitori inadempienti all’obbligo scolastico sono passati. L’intervento pubblico ha oggi molta più duttilità e possibilità di affiancamento alla famiglia, perché per tutti i bambini, anche quelli italiani, la permanenza presso la famiglia è un valore importante che si tende a privilegiare. D’altra parte, un genitore non può non provvedere all’istruzione della prole: comportandosi così, viola un suo dovere fondamentale e prepara al figlio un futuro di emarginato. Di fatto la frequenza scolastica è pressoché l’unica modalità con cui oggi viene garantita l’istruzione dei bambini. I giudici minorili possono essere chiamati a valutare se nella concreta situazione di una relazione familiare il diritto all’istruzione del bambino sia in altro modo garantito. L’allontanamento dai genitori e il collocamento del bambino presso una comunità educativa o presso una famiglia affidataria è un provvedimento che il tribunale per i minorenni assume ponderatamente, in genere su una pluralità di indicatori di disagio e di pregiudizio per l’interesse del minore.


Nel caso di questa bambina rom si sono registrate anche pessime condizioni igieniche di vita.

E' una questione molto delicata. La situazione igienica di molti campi rom, così come di certe soluzioni abitative di comunità di immigrati, è sentita come non “normale” dalla attuale nostra cultura. In realtà, credo non sia molto diversa da quella in cui viveva buona parte della società italiana fino a cento anni fa. Allontanare i bambini da questi genitori per le sole cattive condizioni igieniche di vita sarebbe - per usare un linguaggio ovviamente forzato - una sorta di pulizia etnica attenuata, una violazione dei diritti. Non è la stessa cosa tenere un figlio nello sporco e non mandarlo a scuola.

Il discorso base sembra dunque essere che il minore vada comunque e sempre tutelato.

Certamente, il minore va tutelato. La tutela dei diritti fondamentali dei minori è attuata dallo Stato a prescindere dalla loro etnia e per il solo fatto che si trovino sul territorio nazionale. Così molti Comuni si fanno carico dell’assistenza dei minorenni immigrati anche se clandestini, e a un bambino abbandonato , anche se di diversa nazionalità, si provvede a trovare una famiglia adottiva.


Nella sentenza si parla di "normalità di stile di vita": ma chi decide che un modo di vivere è normale o meno?

E’ sempre e necessariamente l’interprete, cioè chi deve provvedere, in ultima analisi il giudice. E non potrebbe essere altrimenti: non può immaginarsi una predeterminazione per legge di cosa sia “normale” e cosa non lo sia. La valutazione della “normalità” di un comportamento o di una situazione è un procedimento complesso – anche se realizzato in un secondo; richiede la conoscenza di una pluralità di circostanze storiche e di giudizi espressi nelle diverse circostanze dai consociati, e, a mio parere, richiede anche il buonsenso di evitare interpretazioni individualiste esasperate come quella che forse - dico forse - sta sotto a questa sentenza. Non avendola letta non voglio criticarla, sto a quello che è stato riferito; sembra tuttavia una sentenza che aumenta la discriminazione.