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Cronaca

FINE VITA/ 1. Barcellona: togliamo la maschera ai difensori dei falsi diritti

PIETRO BARCELLONA risponde a Stefano Rodotà e a chi con lui si oppone alla legge sul fine vita in nome della libertà. Ma è ipocrita far riferimento a una volontà presunta e non attuale

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Stefano Rodotà, in un articolo intitolato “Chi vuole rubarci la vita?”, apparso giovedì 7 luglio su Repubblica, interviene con grande furore polemico contro i parlamentari che stanno per legiferare sul tema del cosiddetto testamento biologico. Chi vuole rubarci la vita, secondo Rodotà, sono tutti coloro che intendono regolare per legge il comportamento di medici e operatori che si prendono cura di un corpo umano apparentemente privo di coscienza. Secondo Rodotà il comportamento di medici e operatori nel trattamento di malati terminali dovrebbe essere ispirato soltanto alla volontà, manifestata dal malato in precedenza, che dichiari espressamente di non voler essere tenuto in vita artificialmente. Solo un simile orientamento sarebbe veramente rispettoso della libertà e della dignità della persona nel momento estremo del suo trapasso.

È ovvio che nessuno ha intenzione di mettere in discussione la libertà di ciascun essere umano di condurre la propria esperienza finale senza interventi esterni che ne condizionino la durata contro la sua volontà. Tuttavia questa levata di scudi contro il cosiddetto testamento biologico appare sospetta di ideologia e parzialità assai più di quella che si vuole combattere. È infatti una pura ipocrisia, che solo giuristi medievali possono presentare come un argomento apprezzabile, quella che fa riferimento ad una volontà presunta e non attuale, desumibile anche da dichiarazioni esplicite del malato assai prima di trovarsi nelle condizioni di fine vita. Chi ha esperienza giuridica sa quanto la volontà sia elemento impalpabile e come sia difficile ricostruirne i percorsi effettivamente attivi nel momento dell’azione. Figurarsi a distanza di anni.

Ma c’è un punto sul quale l’intervento di Rodotà suscita le mie più radicali riserve, ed è il tema della libertà dalle cosiddette pretese etiche dello Stato in un contesto storico-sociale nel quale il tema della libertà sembra non trovare spazio nei nuovi teorici del rapporto tra vita e potere, designato col nome di biopolitica. Si trovano forse nella biopolitica, di cui parlerò tra un minuto, le basi etiche per la tutela e il riconoscimento della dignità e della libertà della Persona? Credo proprio di no, anzi credo che la biopolitica, professata da Rodotà in tutti i suoi scritti, sia il paradigma teorico con il quale si tende a descrivere una situazione di totale alienazione dell’essere umano.