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IL CASO/ Il matrimonio? Più importante del permesso di soggiorno…

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Alfonso Quaranta, presidente della Consulta (Imagoeconomica)  Alfonso Quaranta, presidente della Consulta (Imagoeconomica)

La questione di legittimità era stata sollevata dal Tribunale di Catania, con riferimento agli articoli 2, 3, 29, 31 della Costituzione (sulla tutela dei diritti inviolabili, sul principio di eguaglianza e ragionevolezza, sul diritto fondamentale a contrarre matrimonio, sul divieto a porre limitazioni alla libertà matrimoniale).

La Corte ha ritenuto che la norma censurata è illegittima anche perché viola l’art. 117, 1° comma, precisamente l’art. 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che garantisce il diritto di sposarsi e formare una famiglia, così come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza 14 dicembre 2010, O’Donoghue e altri). La Corte europea, in una fattispecie analoga, aveva, infatti, condannato il Regno Unito, la cui legislazione sull’immigrazione prevedeva un limite (possesso di una autorizzazione e pagamento di una consistente somma) di carattere generale, automatico, indiscriminato rispetto a un diritto fondamentale, garantito dalla Convenzione.

Anche la Corte europea aveva ritenuto che pur potendo essere introdotti limiti al diritto tutelato dall’art. 12, questi devono rispondere a criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Insomma, un regime di generale preclusione al matrimonio quale introdotto dal nostro legislatore per ragioni di pubblica sicurezza non trova giustificazione alcuna, anche assumendo come parametro la Convenzione europea così come interpretata dal “suo” giudice.



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