Cronaca
giovedì 28 luglio 2011
Attualmente l’art. 51, comma 2, par. f-bis del Tuir (Testo unico sulle imposte e i redditi) dichiara che non contribuiscono a formare reddito da lavoro dipendente “le somme erogate dal datore di lavoro alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti per frequenza di asili nido e di colonie climatiche da parte dei familiari indicati nell’articolo 13, nonché per borse di studio a favore dei medesimi familiari”.
Oltre a questo, l’art. 100, comma 1 sempre del Tuir riconosce che “le spese relative ad opere o servizi utilizzabili dalla generalità dei dipendenti o categorie di dipendenti volontariamente sostenute per specifiche finalità di educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria o culto, sono deducibili per un ammontare complessivo non superiore al 5 per mille dell’ammontare delle spese per prestazioni di lavoro dipendente risultante dalla dichiarazione dei redditi”.
I suddetti due articoli del Tuir sono oggi i principali strumenti a disposizione delle imprese per introdurre al proprio interno azioni mirate a favore dei dipendenti. Tali iniziative sono attivate nella maggior parte dei casi da imprese di grandi dimensioni e si va dal maggiordomo aziendale di tante grandi imprese, agli asili nido aziendali e interaziendali, dalle badanti messe a disposizione dalle imprese al carrello della spesa, dal doposcuola assistito per il recupero delle lacune scolastiche alla lavanderia a domicilio.
In altri termini, le aziende più attente ai bisogni dei propri dipendenti hanno capito che investire sul benessere dei propri dipendenti genera benefici a entrambi, si tratta cioè di pratiche win-win, in cui entrambi gli attori ne traggono un vantaggio. Quindi da un lato abbiamo l’impresa che crea i presupposti per una forte alleanza con il proprio dipendente ricevendo in cambio un suo maggiore attaccamento (con tutti i vantaggi che ne derivano). Dall’altro abbiamo il dipendente che trova nella propria impresa un partner nella soluzione dei propri problemi di conciliazione tra vita famigliare e vita lavorativa, trovandosi ad avere un maggiore tempo disponibile per la propria sfera relazionale e in certi casi addirittura un maggiore reddito disponibile grazie alle agevolazioni fiscali indicate in precedenza.
A questo punto il problema più grosso è trovare una modalità efficace perché anche nelle piccole e medie imprese italiane (oltre il 90% del nostro tessuto imprenditoriale), possano diffondersi questo genere di buone prassi. La proposta del Sindacato delle famiglie è di modificare l’art. 51, comma 2, par. f-bis del Tuir indicando non solo asili nido, colonie climatiche e borse di studio, ma inserendo più in generale tutte le iniziative di welfare aziendale e di conciliazione famiglia-lavoro che una impresa adotta per agevolare i propri dipendenti permettendo all’impresa di riconoscere i servizi offerti come benefit non tassati.
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