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MELANIA REA/ Parolisi davanti al Tribunale del Riesame. La difesa in tre punti

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Salvatore Parolisi si è presentato di fronte ai giudici del Tribunale del Riesame dell’Aquila. Al momento è l’unico indagato per l’uccisione moglie, Carmela Melania Rea, assassinata il li 18 aprile  scorso e ritrovata nel boschetto delle Casermette di Ripe di Civitella del Tronto (Teramo) a due giorni dalla scomparsa. E’ la prima volta che l’uomo, 30 anni, caporalmaggiore del 235/o reggimento Piceno di Ascoli e addestratore delle reclute donne, parla di fronte ai magistrati da quando è stato iscritto nel registro degli indagati. La posizione di Parolisi, inizialmente parte lesa e persona informata sui fatti, si è pian piano incrinata, fino ad assumere, di fronte all’opinione pubblica e agli inquirenti, i connotati del bugiardo. Perché, anzitutto, mentì su Ludovica, la recluta 27enne, con la quale prima negò di aver mai avuto una relazione, e in seguito che si trattasse di una relazione seria? Addirittura, le scrisse su Facebook che, per lei, avrebbe lasciato Melania. Subito dopo la scomparsa della donna, fece sparire i messaggi dal social network che, grazie ad una rogatoria internazionale, vennero comunque rintracciati. Questa, insieme a numerose altre incongruenze nei suoi racconti e comportamenti sospetti, hanno fatto crollare la sua credibilità; e fatto propendere il magistrato per l’emanazione di un’ordinanza di custodia cautelare. Parolisi, quindi, si trova nel carcere teramano di Castrogno dal 20 luglio scorso. I suoi difensori hanno tentato di farlo uscire presentando una memoria difensiva di 150 pagine. Tre sarebbero i punti fondamentali rilevati per giustificare la richiesta di scarcerazione. A quanto si apprende, verterebbero sull’ora della decesso di Melania, sulle celle telefoniche e sulle tracce di Dna. In particolare, Parolisi avrebbe negato la validità della perizia del medico legale in riferimento a data e ora della morte che, secondo la difesa, sarebbero state modificate dalla Procura per incastrare il caporalmaggiore. Sempre secondo gli avvocati, è dimostrabile che, nell’ora effettiva dell’uccisione, l’indagato si trovasse al parco di Colle San Marco. Le tracce di Dna ritrovate sul corpo della donna, poi, non sarebbero solo quelle del marito. 


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