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TEMA MEETING/ Hadjadj: ecco il dramma della certezza

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Folla in ascolto al Meeting di Rimini  Folla in ascolto al Meeting di Rimini

In un’epoca di distruzione di certezze e di incertezza radicale sulla vita dell’uomo, don Giussani dice: guardate che il vostro cristianesimo, la vostra fede, non può più essere ideologica, non può più essere fondata su di una semplice eredità, o legata ad una sorta di arruolamento fideistico, senza implicare un lavoro personale di verifica. La certezza, è come se dicesse Giussani, deve essere radicata nel concreto dell’esistenza. Il titolo del Meeting di quest’anno esorta a ripartire proprio dall’esistenza, dal fatto dell’esistenza. È questa l’assise di ogni certezza.

Può la certezza diventare definitiva – o «immensa», come dice il titolo del meeting?

Ma che cosa vuol dire che una certezza è immensa? Non vuol dire certo una certezza a mia misura. Quindi non è una certezza che io possiedo, che domino, che costruisco, ma è piuttosto una certezza che mi prende, mi conquista, mi supera, e che in un qualche modo mi sfugge. È interessante l’idea di una certezza che mi sfugge... ma mi sfugge proprio perché è più grande di me! È questa la certezza che dissipa l’oscurità, non una certezza dalla quale possiamo trarre motivo d’orgoglio; è «immensa» una certezza che mi induce alla missione, e che mi spinge a prendere su di me il rischio di una esistenza pienamente vissuta, ricevuta e data.

Dove sbagliamo?

Nel fatto che spesso abbiamo della certezza un’immagine «minerale»: qualcosa di inerte e solido. Occorre invece ritrovare delle immagini viventi della certezza. La grande certezza è quella che viene a distruggere tutte le piccole certezze fatte a mia misura, per aprirmi a qualcosa che a sua volta mi butta nell’ignoto, ma anche mi dona un’ ebbrezza, un’esaltazione della vita, un’apertura all’incontro e alla comunione con ciò che mi supera.

Ieri è stato rappresentato in teatro l’adattamento di un suo testo (Job ou la turture par le amis). È una novità per lei? Che cosa le piace del teatro?

In realtà, la mia prima vocazione è stata la poesia. Ho iniziato facendo letteratura e poesia, la filosofia è venuta dopo. Ho sposato un’attrice, e chi mi ha portato nel teatro è stata innanzitutto mia moglie. Ho scritto il mio primo pezzo di teatro all’inizio del nostro matrimonio. l’amore per il teatro non è soltanto una concezione estetica, ma un dato che appartiene innanzitutto al mio vissuto. Il teatro è il luogo di una parola incarnata, di una parola che non e semplicemente concettuale ma che si fa vita. Ed è per questo che il teatro ai miei occhi ha in sé qualcosa di essenzialmente cristiano.

E tocca anch’esso il tema della certezza.

Sì, perché la certezza umana è una certezza drammatica. Come tale è apocalittica: sempre attraverso il dramma, attraverso la catastrofe, viene donata una rivelazione.



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