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VITTADINI/ 2. Magatti: ai giovani serve una "libertà generativa"

La crisi dei paesi avanzati, spiega MAURO MAGATTI, è contraddistinta da un’interruzione della crescita, conseguenza di un desiderio di benessere impazzito

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

La crisi in cui versa l’Italia, insieme con gli altri paesi avanzati, si presenta con i tratti drammatici tipici dell’interruzione della crescita: economica, demografica, spirituale. Il che è, in prima battuta, paradossale: guardando alle nostre spalle, in fondo, in questi anni non  si era  parlato d’altro. Come occidentali, figli di una storia secolare di libertà, siamo “condannati” a crescere, dato che abbiamo liberato il genio della lampada di milioni di individui. La crescita altro non è che la traccia più evidente, anche se misconosciuta, della vocazione trascendente dell’essere umano, il quale è incapace di stare fermo, immobile, senza vita. Prova inconfutabile della natura dell’uomo come essere desiderante.

Per questo, ogni  società è, nel suo fondo, retta da una particolare struttura del desiderio. Il potere - nel suo lato proiettivo e non repressivo - ne definisce la forma. Ci sono società più spirituali o più materiali, più religiose o più secolarizzate, più individualistiche o più collettive. Ma tutte ruotano attorno a questo nodo.

Noi viviamo in un tempo in cui la proposta di fondo è stata quella di ridurre il desiderio a godimento. E cioè, il modello predicato è stato individualistico, materialistico, laico, immanente, appropriativo. Dove la tecnica e i media hanno costituito le due infrastrutture fondamentali.

Gli esiti, tuttavia, sono ambivalenti. Da un lato, è innegabile l’aumento delle opportunità su una scala mai vista: si pensi all’allungamento della vita media o al miglioramento del livello di vita di decine di milioni di persone. Dall’altro, ci sono segni evidenti di fallimento: l’accumulo generalizzato di debiti, l’aumento delle disuguaglianze, la diffusione della depressione come malattia sociale, l’assenza di senso e la percezione di incertezza. La crisi dunque è profonda. Siamo di fronte ad un passaggio difficile, anche perché si tende a non ammetterne la portata.

Il problema è che, reso godimento, il desiderio ha un esito distruttivo. Di sé e del mondo. Il desiderio reso appropriazione si spegne e ammazza la vita stessa. Il dominio, infatti, è la  tomba del desiderio: per fare il mondo come lo vogliamo, lo facciamo sparire. Incorporazione e rimozione sono due movimenti tipici del nostro tempo. Il desiderio reso godimento favorisce un’ espansione del sé che non incontra mai la realtà - semplicemente perché la si fa coincidere con la propria proiezione.

Di fronte ai rischi della crisi, si deve parlare di crescita. Ma lo si deve fare essendo “realisti”. Le condizioni del modello di sviluppo che ha prevalso negli ultimi tre decenni  non ci sono più. I paesi occidentali, invecchiati, indebitati, depressi non possono più essere mobilitati dal desiderio reso godimento. E d’altra parte, i rapporti economici globali sono profondamente cambiati. Alla spalle di tutto ciò vi sta lo sfaldamento di uno dei presupposti centrali del nostro tempo, e cioè l’idea  semplicistica che ciascuno sia padrone del proprio senso.