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GIUSSANI/ 2. Aldo Trento: la sua amicizia, una “domanda” che fa risorgere

Pubblicazione:sabato 27 agosto 2011 - Ultimo aggiornamento:sabato 27 agosto 2011, 10.30

Padre Aldo Trento Padre Aldo Trento

Guardando chi oggi ci indica la meta e continua la presenza di Cristo attraverso don Giussani, cioè don Julian Carron. Perché se non accade oggi, quell’abbraccio di 22 anni fa non serve a niente. Ma è necessario un passo successivo. In “Ciò che abbiamo di più caro” si afferma: “E’ necessario soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina”. L’abbraccio infatti non può stare in piedi a lungo senza un lavoro quotidiano, che passa mediante il dolore. Questi lunghi anni di esaurimento, questa disperazione che ho portato nel cuore, questa malattia che ancora tengo come una grazia, è ciò che permette che quell’abbraccio e quelle persone non si cristallizzino in dottrina, non siano date per scontate. Per questo faccio 4mila chilometri due volte al mese per andare a trovare Marcos e Cleuza Zerbini. Ed è lo stesso motivo per cui ho fatto il sacrificio del viaggio per venire fino al Meeting di Rimini. Perché avevo bisogno di vedere quegli amici che mi dicono che il dolore, la sofferenza o la morte dei malati che curo nel mio centro ad Asunción non sono l’ultima parola.

 

E perché non sono l’ultima parola?

 

La cosa più bella della mia vita, anche nella situazione psicologica in cui mi trovo, senza alcuna emozione positiva, è che questo dolore non mi schiaccia perché ho continuamente di fronte questi volti. I quali sono come Giovanni per San Pietro sul lago di Tiberiade, quando lo risveglia dalla sua distrazione dicendogli: “E’ il Signore”. E da questa certezza, che io sono la cosa più cara per Cristo e quindi Cristo è la cosa più cara per me, deriva il fatto che ogni uomo mi è caro, e quindi vivo 24 ore al giorno attorniato dal dolore, dalla sofferenza, dalla morte, ma con il cuore lieto. Tanto che sono qui al Meeting di Rimini perché vorrei che almeno una delle molte persone disperate che hanno perso la voglia di vivere possano recuperarla. Perché conosco l’uomo reale, non quello che vediamo passeggiare ridendo, ma quello che ha un dramma dentro, una sofferenza e ha bisogno di essere aiutato a dire anche lui, con la freschezza del primo incontro, “tu o Cristo”.

 

Lei ha messo in relazione il lavoro di cui parla don Giussani con la sofferenza della sua malattia. Perché?


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