Cronaca
lunedì 29 agosto 2011
Anche quest’anno mi ero ripromesso di venire a Rimini. Anche quest’anno, per un motivo o per l’altro, non sono venuto. Anche quest’anno ho sbagliato. Anzi: stavolta ho sbagliato più di tutte le altre volte. Prima di tutto, per via del tema stesso di questa edizione del Meeting. Personalmente ho sempre diffidato delle polemiche, chiamiamole così, contro il cosiddetto “relativismo”: un qualsiasi dizionario dei sinonimi e dei contrari ci avverte che il contrario di relativismo è assolutismo. Ma, in tempi come questi che ci è dato in sorte di vivere, così pervasi da una sensazione all’apparenza almeno invincibile di impotenza e di inanità dell’agire secondo un fine, l’idea stessa di interrogarsi su come rimettere in campo delle certezze individuali e collettive, e di chiamare a confrontarsi su queste domande la politica, l’economia e la cultura, merita un’attenzione tutti particolare.
Naturalmente, c’è modo e modo di affrontare il tema. La risposta peggiore, almeno ai miei occhi, è (uso sbrigativamente un termine meritevole di analisi assai più approfondite) quella integralistica: la verità è una, la nostra, e agli altri possono scegliere tra il prendere e il lasciare. Il Meeting ha una lunga, e ormai consolidata, tradizione di apertura, la certezza di sé, e il forte senso di appartenenza che ne deriva, da molti anni, nella vostra storia, non è in antitesi, anzi, con l’ascolto e il confronto con le posizioni altrui. Non era scritto da nessuna parte che anche stavolta, nel vivo di una crisi tanto drammatica, fosse così.
E invece questa edizione del Meeting forse più di ogni altra è stata improntata a questo spirito. In una stagione che sembra segnata da una guerra di tutti contro tutti tanto feroce quanto improduttiva, al centro del Meeting di Rimini c’è stata la ricerca delle cose che si possono e si debbono fare insieme senza che nessuno debba mettere a rischio la propria anima, anzi, cercando di fare in modo che ciascuno della propria storia e della propria cultura possa rintracciare e far pesare la parte migliore, meno caduca, più viva. Dal punto di vista politico, l’unico sul quale mi sento autorizzato a formulare un giudizio, la sintesi più alta e significativa di tutto questo è rappresentata dall’intervento di apertura di Giorgio Napolitano, e dalla grande attenzione e condivisione che ha suscitato in una platea soprattutto giovanile. Ho cercato, commentandola sul Corriere, di coglierne qualche aspetto un po’ sottovalutato dalle cronache e dai commenti a caldo.
Plaudo all'onestà intellettuale di Franchi. La stessa che si incontra con il Meeting di Rimini. Da queste posizioni di semplicità e lealtà voglio imparare.
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