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IL CASO/ Suicida dopo 48 anni di carcere senza una risposta al senso della vita

Commentiamo, insieme a NICOLA BOSCOLETTO, il suicidio di Pierre-Just Marny dopo 48 anni di carcere, condannato all'ergastolo in Francia per un omicidio avvenuto nel 1969

Il suicidio in carcere (Fotolia) Il suicidio in carcere (Fotolia)

Pierre-Just Marny, condannato all’ergastolo nel 1969 per omicidio, si è tolto la vita nel carcere di Ducos, sull’isola della Martinica, dopo 48 anni di carcere. Secondo uno dei suoi avvocati, l’uomo, che soffriva di disturbi psichiatrici, si sarebbe tolto la vita per aver perso ogni speranza di riottenere la libertà. IlSussidiario.net ha intervistato Nicola Boscoletto, presidente del consorzio sociale Rebus, che da oltre vent’anni si pone come obiettivo il recupero e la valorizzazione della persona detenuta in carcere. «Il fatto che si sia suicidato dopo 48 anni è emblematico. Pur registrando anche nelle carceri italiane innumerevoli suicidi, per le condizioni in cui oggi si trovano le nostre carceri i suicidi potrebbero essere molti di più. Fortunatamente non è così, perché c’è nell’uomo qualcosa che lo spinge a non autodistruggersi».

Cosa in particolare?

Dopo vent’anni di attività ed essermi imbattuto in centinaia di situazioni simili, ho visto che alla fine una persona o si abitua o ne fa una battaglia estenuante per i propri diritti. Nel secondo caso anche se domani partissero tutte le riforme giuste, i primi risultati li avremmo fra 10, 15, 20 anni. Questo apre una domanda sul fatto se si possa vivere una speranza nel presente. Io ed i miei amici in questi 20 anni di persone detenute che vivono una speranza nel presente ne abbiamo viste.

Cosa significa quando assistiamo ad un suicidio in carcere?

Un episodio come questo e come tutti gli altri che accadono anche in Italia, di suicidio o di malasanità carceraria, testimonia una sconfitta e un fallimento dello Stato, che non è riuscito nel compito che gli è stato affidato. Se non verrà fatto niente, resterà solo l’incremento di queste sconfitte, accompagnato da un aumento di costi e da una perdita progressiva di dignità, non solo delle persone all’interno di quelle strutture, ma anche di tutta la società. Un gesto del genere costringe tutti a una domanda, in particolare chi è preposto a risolvere questi problemi.

Cosa spinge una persona a suicidarsi dopo 48 anni trascorsi in un carcere?

Come in tutte le cose, bisognerebbe conoscere il caso specifico, per evitare di giungere a conclusioni affrettate. In generale, arrivare intorno ai 70 anni senza vedere in lontananza neanche una possibilità, può portare alla totale disperazione. Però quest’uomo sembra avesse problemi psichiatrici.

Quindi?